A Hollywood ecco l’amore ai tempi della crisi

Tra <em>Forrest Gump</em> e <em>Pretty woman</em> Tom Hanks e Julia Roberts lanciano la &quot;rom-com&quot; la commedia romantica. E
in <em>Larry Crowne</em> rinascono dopo aver perso tutto. Tranne la speranza

Negli Usa roventi per ogni stento possibile, con la crisi economica che arricchisce gli straricchi sulle spalle della classe media, ancora una volta c’è posto per tutti. Per i robot fracassoni, i mutanti cibernetici e gli umili eroi della «romcom», la «romantic comedy» in sigla: gli americani sono poveri, quindi si risparmia tempo e denaro anche al cinema. Stavolta tocca a Tom Hanks, l’attore che per Spielberg «può interpretare qualsiasi ruolo», risollevare gli animi depressi con un raccontino facile, quasi ingenuo nella sua speranza di felicità. Ma è quello che ci vuole, intanto che in migliaia perdono certezza. L’erede di James Stewart è nelle sale a stelle e strisce con Larry Crowne (da noi il 28 ottobre, distribuito da Medusa), dove, per la seconda volta, fa coppia con Julia Roberts, regina del caramello. Premio Oscar lui, con Forrest Gump; premio Oscar lei, con Erin Brockovich, Tom&Julia dopo Music Graffiti rifanno coppia d’assi, con la regia, la sceneggiatura e la prova d’attore di Forrest Gump, che ha irritato la critica proprio in quanto factotum. Il fatto è che a nessun regista garbava l’idea di mettere in scena un fessacchiotto (siamo dalle parti di «stupido è chi lo stupido fa»), appunto Larry Crowne, il quale a cinquant’anni suonati perde il lavoro e decide di rimettersi in gioco, tornando indietro, a scuola. Un college dove, tu guarda, insegna Mercedes (Julia Roberts), docente carina col vizietto del bere, dal quale lui, studente modello con lo scooterino (ma quale macchina, negli Usa della recessione), la guarirà. E come? Ma con l’amore. Eppure, Larry sarebbe un veterano della Marina americana, che prima d’arrendersi alla cieca fede nel futuro, s’è piegato a ogni lavoretto. E proprio quando sperava d’essere eletto «commesso del mese» nell’ipermercato, che gli dava uno straccio di salario, zac!, è prima sciopero, poi chiusura. Occorrerà reinventarsi e chissenefrega se Malick, nel suo interessante Tree of life ha fatto perdere Fede, Speranza e Carità allo spettatore, affidando l’umano destino alla Natura, che tutto decide. Il che, poi, resta in linea con la scuola letteraria Usa primonovecentesca. Qua s’invia il messaggio «all american» del crederci sempre e non abbattersi mai. Del resto, le migliori commedie sociali si ergono sulle miserie della realtà. Per esempio, nella prima stesura del soggetto, Larry non doveva perdere la casa: quando Hanks scriveva, la crisi economica ancora non aveva messo i denti sulla proprietà immobiliare. Poi, le cose sono cambiate e mister Crowne, da che era provetto marinaio,innamorato del senso d’appartenenza tra uomini a bordo d’una nave, si trasforma in simil-frickettone: no tetto sicuro, no lavoro, zero appartenenza a chicchessia. Tema che calza come un guanto all’America nell’angolo di Obama. Il cinquantacinquenne pupillo di Spielberg torna alla regia a quindici anni dal suo That Thing You do,giustificandosi così: «Volevo far vedere che cosa può diventare un uomo, brutalmente costretto dagli eventi a cambiare stile di vita. Volevo combattere il cinismo dilagante». Larry Crowne, in effetti, è un film per famiglie, teso a incoraggiare i «perdenti», ossia, le persone mandate in rovina dagli speculatori internazionali. Però la critica Usa non è stata molto carina col signor Codice da Vinci, definendolo America’s Sweetheart, cioè «cuoricino d'America»: giudizio poco lusinghiero. All’inizio d’autunno vedremo come reagirà il pubblico italiano, ammesso e non concesso che la recessione si metta a mordere ai polpacci anche noi, quotati maluccio nell’eurozona. Intanto, Hanks ha finito l’adattamento del romanzo di Jonathan Safran Froer, Molto forte, estremamente vicino e qui si parla di terrorismo: fare lo zuccherino è vietato.