Hollywood onora il padre e la famiglia va in paradiso

Arriva in Italia il film con Clooney nel ruolo di un avvocato in crisi che riscopre le figlie. Dopo la vittoria dell’attore ai Golden Globe, parte la corsa all’Oscar

In un momento nel quale la famiglia appare come un corpo sempre più estraneo, bistrattato, anacronistico rispetto ad una società che travolge valori e affetti, arriva un film che, invece, ne consacra l’importanza. Se ne sentiva il bisogno. Forse dai tempi dello straordinario The Road con Viggo Mortensen e, per stare dalle nostre parti, del toccante Come Dio comanda con Filippo Timi, non si vedeva una figura paterna artisticamente così interessante e che fa discutere come il papà «assente» impersonato da George Clooney in The Descendants (Paradiso amaro), film che arriva, dal 17 febbraio, nella sale italiane carico di premi. I padri, se non soffocanti (il Brad Pitt di The Tree of Life) del resto, hanno spesso avuto, in eredità, dal grande schermo la figura di uomini assenti, incapaci di far fronte alle proprie responsabilità, bravissimi a delegare alla moglie l’educazione dei propri figli (salvo poi chiederne il rispetto dell’autorità). Tutti difetti che, attraverso una commedia malinconica più che un film drammatico, il neorealista Alexander Payne (quello di Sideways) incarna nell’avvocato Matt King (Clooney premiato con il Golden Globe), uno che vive nelle isole Hawaii, emblema, della vacanza perenne, della vita che scorre lenta e senza affanni. Ma anche un paradiso in terra può diventare amaro. King passa il suo tempo lavorando ed accumulando denaro che poi finisce per non spendere. Già alle prese con il dilemma se privarsi o meno di una striscia di spiaggia tropicale di inestimabile valore (ereditata dai reali hawaiani), la vita di Matt viene sconvolta da una tragedia improvvisa. La moglie, a causa di un incidente in mare, è in coma irreversibile e King si trova, all’improvviso a dover fare quello per cui aveva alzato bandiera bianca da anni; il padre di nucleo familiare che da tempo si è trasformato in una sorta di arcipelago apparentemente unito ma in realtà composto da isole che si allontanano le une dalle altre. Con la moglie non parla da mesi e delle figlie non conosce più nulla. Eppure, deve provare a ricucire il rapporto con loro; con la fin troppo matura Scottie (Amara Miller) di 10 anni e, soprattutto, con la ribelle Alexandra (una straordinaria Shailene Woodley) di 17. Come se non bastasse, King scopre dalla figlia maggiore che la moglie non solo aveva un amante ma stava anche per chiedere il divorzio. Sconvolto da rivelazioni e tragedie a cui non sa far fronte, decide di dare una svolta alla sua vita; carica le figlie in macchina, insieme allo strampalato fidanzato della maggiore, e va alla ricerca dell’amante della sua compagna. E proprio attraverso questa trasferta, Payne prende per mano i suoi personaggi e fa loro compiere un viaggio interiore, più doloroso, per il quale il più delle volte ti dimostri inadeguato. Clooney è perfetto nel dare volto ad un uomo che, dopo aver disertato, per comodità, dai propri doveri di capofamiglia, si ritrova, all’improvviso a dover tenere unito quel poco che è rimasto della sua casa. È una persona fragile, che si sente non all’altezza del compito, privata delle sue certezze; eppure, con l’animo a nudo, riesce, anche attraverso una buone dose di ironia e sarcasmo, a riemergere, a cercare e trovare equilibri nuovi, a rimettere insieme i cocci di qualcosa che sembra inevitabilmente rotto. Come vedremo prossimamente nel nuovo film di Verdone, Posti in piedi in paradiso, spesso sono i figli ad aiutare i padri. Capita anche in The Descendants. Alexandra è ben più matura del padre. È lei che accompagna la sorella minore a dare l’ultimo saluto alla madre. Lui non ci riesce. I passi, anche per diventare un buon padre, vanno fatti uno alla volta. L’importante è avere il coraggio di compiere il primo.