Honda: a noi copiano auto e moto

I cinesi imitano modelli e nomi delle case costruttrici cambiando solo piccoli particolari

Paolo Giovanelli

nostro inviato a Tokio

I cinesi stanno diventando sempre più bravi: ora non solo riescono a copiare le magliette e le borse italiane, ma arrivano a imitare perfettamente anche moto e automobili giapponesi. Al punto che ieri, all'incontro dell'Italian-Japan Business Group che si è tenuto a Tokio, Naoto Kuji, responsabile della proprietà intellettuale della Honda, ha lanciato l'allarme: il ciclomotore simbolo della casa giapponese viene rifatto uguale in qualche più o meno misteriosa fabbrica dell'Estremo Oriente e viene prodotto in centinaia di migliaia di esemplari per essere venduto in quei mercati. Senza contare che i cinesi, che sono dei «signori» pieni di inventiva, hanno replicato anche marchi con nomi simili, come Haoda, per moto che sono uguali a quelle giapponesi. Non solo, ma anche la vettura Honda Crv, la sport utility che ha avuto successo anche in Italia, viene «replicata» smaccatamente. E al danno si aggiunge la beffa: auto e moto in apparenza sono identiche, ma se si va a controllare bene, c'è sempre una piccola differenza (il parafango un po' più lungo, il fanalino più squadrato) che le differenzia dall'originale, rendendo difficile intentare una causa per danni. E quando comunque i giapponesi si stancano e si rivolgono a un tribunale (cinese naturalmente) per chiedere i danni, i tempi per ottenere una sentenza gareggiano con quelli italiani, mentre le «fabbriche-copiatrici» continuano a produrre regolarmente. E sulla strada della Cina, ha affermato Kuji, si sono messi anche Vietnam e Thailandia che producono simil-Honda a prezzi imbattibili.
La mossa dei giapponesi, di solito piuttosto riservati sugli affari di casa loro, è il segnale che il fenomeno delle imitazioni sta raggiungendo dei livelli di guardia per tutti i grandi Paesi sviluppati. Anche se, forse un po' malignamente ma non troppo, ieri qualcuno ricordava che i primi grandi «copiatori» in fatto di auto sono stati proprio i giapponesi. «La lotta alla contraffazione si può fare solo se c'è una concertazione a livello internazionale - ha commentato Beniamino Quintieri, presidente dell'Ice, l'Istituto per il commercio estero - bisogna lavorare sia a livello Ue, sia a quello del Wto, ma alla fine per combatterla avremo bisogno dei cinesi: loro sono in torto quando la permettono, noi quando vogliamo alzare barriere commerciali. Alla fine un accordo si può trovare, se si vuole».
Ma all'incontro italo-giapponese, guidato per gli italiani da Sergio Pininfarina, si è parlato anche di altre questioni che stanno a cuore ai produttori del nostro Paese, come quella della componentistica auto. I giapponesi acquistano in Europa ricambi per vetture per dieci miliardi di dollari all'anno, ma all'Italia vanno le briciole, pochi milioni. Le fabbriche di Toyota e Nissan da noi praticamente non acquistano neanche una vite: adesso è partito l'assalto delle nostre imprese, ma i giapponesi sono ossi duri e all'incontro di ieri si sono guardati bene dallo sbilanciarsi.
D'altro canto i commerci tra Italia e Giappone languono, sono sì e no l'1,5% del commercio internazionale dei due Paesi. I giapponesi non investono in Italia: lo scorso anno il grosso degli investimento di Tokio è finito in Olanda. Si è trattato essenzialmente di imprese finanziarie, banche e assicurazioni che sfruttano agevolazioni fiscali e la posizione centrale in Europa di quel Paese.