Hong Kong sfida Pechino: «Vogliamo la democrazia»

A dieci anni dall’annessione 150mila persone rispondono a un sondaggio e chiedono ai cinesi riforme «impossibili»

nostro inviato a Hong Kong

Hong Kong sfida la Cina e chiede piena democrazia. Ai suoi sette milioni di abitanti non basta più un sistema che garantisce piena autonomia amministrativa, la libertà di opinione e lo Stato di diritto, ma non un vero governo del popolo, visto che il primo ministro è scelto da Pechino e che l'attuale Parlamento ha poteri poco più che simbolici.
Ed è significativo che lo strappo avvenga nel decimo anniversario del trasferimento della sovranità dalla Gran Bretagna alla Cina. Nel 1997 molti temevano che Hong Kong sarebbe diventata sempre più cinese e sempre meno europea e che la morsa del Partito comunista si sarebbe fatta sentire sulla società civile. E invece non solo la città non ha perso la sua anima e oggi appare dinamica, civile e pulita come quando era retta dagli amministratori di Sua Maestà, ma osa l'inimmaginabile, rivendicando quel che la dittatura rossa di Pechino più teme; la democrazia, appunto.
Non si tratta di una rivolta, che peraltro sarebbe estranea all'indole moderata e pragmatica di Hong Kong, ma di un movimento spontaneo che negli ultimi anni ha continuato a svilupparsi, inducendo l'attuale governatore Donald Tsang ad esaminare la questione. Prima dell'estate aveva promesso una consultazione per conoscere l'orientamento dei cittadini al riguardo. Non tramite un referendum, che sarebbe stato imbarazzante, ma attraverso un mega sondaggio condotto in collaborazione con due università e questionari diretti a cui hanno risposto 150mila persone. Mercoledì il premier ha comunicato i risultati; travolgenti. Oltre il 70 per cento dei cittadini chiede l'introduzione di un vero sistema democratico, contro un 18 per cento che non vuole cambiamenti, mentre circa il 10 per cento non sa o non risponde.
Donald Tsang, funzionario di carriera e cattolico praticante (va a messa ogni mattina), ne ha preso atto e ha subito trasmesso il rapporto a Pechino al Comitato del Congresso nazionale del Popolo, che dovrà esaminarlo e decidere sulla sua ammissibilità. L'evento è storico: per la prima volta una regione sotto sovranità cinese rompe lo status quo e chiede, legalmente, l'introduzione di un sistema politico basato sul rispetto della volontà popolare. Dieci anni fa nessuno aveva immaginato che quella regione potesse essere proprio Hong Kong.
Come reagiranno i gerarchi comunisti? Mistero. Per ora tacciono. Tsang, nella consapevolezza di aver messo il governo di Pechino in una posizione delicata, tenta di creare un clima propizio all'ex colonia britannica. Qualche mese fa aveva assicurato che avrebbe rispettato il responso della consultazione e ora in teoria dovrebbe adeguarsi alla maggioranza, che chiede l'introduzione del nuovo sistema già nel 2012, non appena completata la lunga procedura prevista dallo statuto di Regione amministrativa speciale. Ma in conferenza stampa si è affrettato a citare un altro dato, secondo cui il 64% sarebbe disposto ad aspettare fino al 2017, qualora ci fosse l'assenso del Congresso nazionale del popolo. Come dire: se vogliamo evitare traumi è meglio prevedere riforme sull'arco di dieci anni anziché su cinque. Qualche notabile politico, in particolare del Partito liberale, ha protestato, ma complessivamente l'opinione pubblica ha reagito positivamente. «È l'approccio giusto - dichiara al Giornale Wong Siu-Lun, direttore del Centro di studi asiatici dell'Università di Hong Kong -. In questa fase ci vuole prudenza e pragmatismo per non compromettere tutto». Avanti così, dunque, in una Hong Kong che è risorta dal crash finanziario degli anni Novanta e che ora sogna l'impossibile.
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