Tra gli hooligan serbi: «Rubate la nostra storia ci vendicheremo»

Calma ieri a Belgrado, nuovi incidenti a Mitrovica: scontri con i soldati francesi della Nato. Gli Usa ritirano il personale diplomatico

nostro inviato a Belgrado

«L’Italia ha belle ragazze, la pizza, il calcio. Ci piace Marcello Lippi, ma adesso colpiamo anche voi: avete riconosciuto il Kosovo albanese». La spiegazione è di Dax, 17 anni, nomignolo di uno dei tanti minorenni scatenati, che giovedì notte hanno messo a ferro e fuoco il centro di Belgrado. Con la sua banda ha attaccato un negozio che vendeva abbigliamento e accessori di Cesare Paciotti.
Ieri è tornata la calma a Belgrado, ma il bilancio della notte di guerriglia urbana è di un morto e 130 feriti, compresi 52 poliziotti. Il corpo carbonizzato della vittima è stato trovato all’interno dell’ambasciata Usa devastata e data alle fiamme. Probabilmente si tratta di un manifestante, anche se fonti del Giornale non escludono che all’interno della rappresentanza diplomatica si trovassero una ventina di marines. I militari americani si sarebbero ritirati di fronte all’avanzata degli hooligan per evitare di sparare. L’ultima linea di difesa erano le stanze con i dati riservati ed i sistemi di comunicazione, che gli ultrà non hanno raggiunto. La Casa Bianca ha dichiarato che l’ambasciata «è stata attaccata da criminali». Il personale diplomatico non indispensabile verrà ritirato, ma l’ambasciatore Cameron Munter resterà a Belgrado. Washington ha puntato il dito contro la polizia serba, che in effetti si è volatilizzata, come se avesse ricevuto ordini dall’alto di lasciar fare. Il primo ministro serbo Voijslav Kostunica ha ribadito «l’opposizione al bullismo» sostenendo che «violenze e distruzioni danneggiano i nostri interessi nazionali». Però non ha speso una parola in difesa delle ambasciate attaccate.
Un migliaio di hooligan ha messo a ferro e fuoco la città. Non c’erano solo i tifosi di Belgrado. Questa volta si sono calati dalla città settentrionale di Novi Sad gli ultrà del Vojvodina, una squadra di calcio gestita da manager molto vicini al Partito radicale di Tomislav Nikolic, anche se il vero punto di riferimento degli ultranazionalisti è Voijslav Sesely sotto processo a L’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. La tifoseria politicizzata si è mobilitata anche a Zagabria, dopo che l’ambasciata croata a Belgrado è stata devastata. Circa 350 ultrà della Dinamo hanno cercato di aizzare una rappresaglia contro gli interessi serbi in Croazia. La polizia ha arrestato 44 persone, mentre a Belgrado sarebbero stati fermati 192 facinorosi. A Mitrovica, la roccaforte serba nel nord del Kosovo, tremila manifestanti volevano seguire ieri «l’esempio» di Belgrado. Si sono scontrati con la polizia dell’Onu e una sassaiola ha colpito i soldati francesi.
Fra le teste calde della capitale serba c’erano tanti minorenni di 16 e 17 anni. Si dividono in bande di quartiere e il Giornale è riuscito a parlare con loro nel centro di Belgrado. «Siamo inferociti: ci stanno derubando del Kosovo, della nostra storia. Per questo sfasciamo i vostri negozi, fregando i prodotti occidentali», chiarisce Dax mentre si fa una canna in un cortile. Attorno una decina di minorenni con i pantaloni della tuta infilati nelle calze e grandi scarpe da basket, che portano come vezzo una felpa con cappuccio impellicciato. Giovedì sera hanno sfasciato i negozi del centro: «Noi rompevamo le vetrine e le ragazze si portavano via vestiti e scarpe».
Due sedi dell’Unicredit, un McDonald’s e novanta attività commerciali sono stati danneggiati, compresi i negozi Benetton e Bata. «Hanno distrutto la vetrina perché siamo una marca italiana e poi si sono portati via una parte della nuova collezione» racconta Radmila Bielovuk responsabile del negozio Benetton in centro, che sta già riparando i danni. I vandali erano entrati in azione anche domenica, quando il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza. «L’aspetto più triste è che la gente passando è divisa – spiega la responsabile serba -. Qualcuno condanna i saccheggi, ma altri dicono che ci sta bene perché bisogna colpire l’Italia».