Un Hoover spietato e gay: l’ultimo duello di Clint è dissacrare l’ex capo Fbi

Insomma, quell’avido bacio tra maschi parla chiaro o no? Perché è innegabile che nell’ultimo film del grande vecchio di Hollywood, Clint Eastwood, il capo dell’FBI J. Edgar Hoover, cioè Leonardo DiCaprio, è tremendamente attratto dal suo direttore associato Clyde Tolson, ovvero Armie Hammer, ragazzone attraente notato in The Social Network (nel doppio ruolo dei gemelli Winklervoss). Così attratto da cercarne l’intimità a fior di labbra e anche oltre. E adesso, mentre in rete girano le prime foto del capolavoro annunciato J.Edgar - in uscita Usa a novembre e da noi a gennaio 2012, sotto lo scudo Warner - l’ispettore Callaghan corre ai ripari. E si lancia in una spericolata de-gayzzazione del biopic, incentrato sulla discussa e discutibile figura del boss dei boss del Federal Bureau of Investigation, che guidò per mezzo secolo, dal 1924 al 1972. Nell’America amara di Obama, collassata da un pezzo sul dollaro di latta, neanche il più creativo e longevo degli autori premi Oscar può permettersi d’infrollire l’immagine della nazione. Presentando uno dei funzionari più tosti del suo passato, quel John Edgar Hoover che dal suo ufficio controllò otto presidenti - da Calvin Coolidge a Richard Nixon -, come un’attempata checca velata. Al di là dell’inevitabile gossip, Clint sta facendo macchina indietro, perché i suoi direttori commerciali l’hanno avvertito: qua si rischia di far diventare il film una specie di manifesto omosessuale, con un politico statunitense di grande momento trasformato in nevrotico gay silente, che mentre combatte il gangsterismo (eliminò John Dillinger, il «pericolo pubblico numero uno») si bacia con il suo più stretto collaboratore. Nulla di strano, vista la cronaca, però Eastwood viene attaccato nei blog dai soliti bacchettoni, lesti a dire che l’Università di Boston deve ritirargli la laurea. È, o non è, Clint il cane da guardia del costume americano, così ben flagellato e descritto nei memorabili Million Dollar Baby e Gran Torino? «Il mio film segue la carriera politica di Hoover, dalla fondazione dell’FBI alla sua uscita di scena. E lo fa con tutti gli aspetti colorati della sua vita. Ma l’orientamento sessuale di Hoover, lo lascio aperto: fa parte dell’ambiguità del personaggio. Certa gente può dire che Hoover e Clyde Tolson fossero ragazzi inseparabili, o che forse hanno avuto una love-story, senza essere gay: io non lo so», s’è affrettato a dichiarare al Wall Street Journal l’eroe della «trilogia del dollaro».
Lontani i tempi in cui la celebrità, sigaro in bocca e cappellaccio, per Sergio Leone aveva due espressioni (con sigaro e senza), l’attualità incalza e il fantastico attore, regista, produttore e autore di colonne sonore, fiuta l’aria che tira. Inchiodare il suo film nella nicchia del cinema di genere, con tutte le ore trascorse aspettando il trucco&parrucco di Leo, imbolsito ad hoc e reso irriconoscibile dalle protesi in resingomma, non è cosa buona e giusta per un ottuagenario.
Perché la realtà è sfaccettata e le zone di grigio della vita, dove il bianco si mescola al nero e accade che un leggendario direttore dell’FBI ami i travestimenti, Clint le apparecchia a dovere. Chi ha visto Hereafter, dove lui, da consumato regista, esplora l’area intermedia tra la vita e la morte, conosce la sua mano e il suo cuore. Magari i rumors fanno parte del gioco, così come dire che il film «leaves it open to interpretation», anche se l’omosessualità di Hoover non rimane proprio sullo sfondo narrativo. Vedremo. Del resto, se per la sceneggiatura ci si affida a Dustin Lance Black, premio Oscar per Milk, film sulla vita e sulla morte dell’attivista per i diritti gay Harvey Milk (uno Sean Penn in stato di grazia), l’indirizzo è chiaro. Come il bacio tra lui e lui.