Howe vola e salta in finale grazie ai consigli di mammà

Agli europei sbaglia il primo tentativo nel lungo, parla con la madre e fa 8,33

nostro inviato a Goteborg
Tutti gli occhi per il nipotino italiano del figlio del vento. Stasera l’Ullevi stadion potrebbe riproporre la magia, targata 1995, che accompagnò il salto vincente di Fiona May e battezzò l’oro di Michele Didoni, campione della marcia e di una sola stagione. Andrew Howe dovrà avere ali più leggere, asciugarle dalla pioggia di curiosità che gli è arrivata addosso. Howe, l’italiano di colore nato a Los Angeles, andato a scuola da Tommie Smith e Carl Lewis, fa colpo, fa scena, fa attrazione per la stampa di tutta Europa. L’altro giorno giornalisti inglesi, francesi, svedesi se lo sono lavorato, tanto per capire di quale pasta fosse fatto questo ragazzo americaneggiante che parla l’inglese con accento romanesco. Ma ora deve far risultato. Ieri li ha serviti al secondo salto: m. 8,33 bevendosi un caffè, controllando la velocità della rincorsa e rischiando di andare a sbattere contro un giudice distratto che stava per attraversare la pedana.
Meravigliosa leggerezza di volo, velocità ritrovata dopo un primo salto in cui gli è scappato da ridere per tutti i pasticci in fase di rincorsa. «Avevo sbagliato chiodi», ha spiegato. In pratica aveva messo gomme da asciutto sul bagnato. «Sì, c’era qualcosa che non andava, non controllavo la velocità, ho fatto la rincorsa in 5 secondi anziché nei 5 e 20 che sono la mia regola. Non riuscivo a prendere la pista, mi sentivo catapultato». Problemini tecnici che ha risolto chiamando mamma René, seduta in tribuna. «Frena nella rincorsa, controllati, accorcia il passo». E tutto si è risolto. Howe ha chiuso con la miglior misura della compagnia. Gerg Rutheford, l’inglesino volante, si è fermato a m. 8,07, l’ucraino Kuznetov a 8,25, l’altro ucraino Lukashevych a 8,06. Situazione incoraggiante. Howe promette scintille. «Cambio i chiodi e vado concentrato. Piazzo il primo salto eppoi sparo tutto. Magari ci esce il record italiano». E con il record (siamo fermi all’8,43 di Evangelisti nel 1987) potrebbe arrivare anche la vittoria e per l’Italia sarebbe una novità: mai nessuno ha vinto il campionato d’Europa nei salti.
Via agli europei di Goteborg e subito sono sogni. I sogni dei parenti poveri, quelli che guardano gli altri e dicono: come fanno? I successi del nuoto hanno lasciato il segno anche qui. Tutti a domandarsi: perché loro sembrano principi e l’atletica un mondo di trovatelli? Problema molto italiano e poco europeo. L’Ullevi stadion ha raccolto 16.500 spettatori, quanti talvolta neppure una partita della nostra serie A, ci sono state sensazioni godibili per tutti i gusti, anche se lo sprint del Vecchio continente sembra un campionato nazionale rispetto ad atmosfera ed esplosività dei campionati del mondo. Tolti il francese Pognon (10"19) e Obikwelu (10"28), portoghese naturalizzato, il resto è muffa. Per non parlare degli indecorosi italiani, sempre oltre i 10"50: tempi da preistoria. L’Ullevi ha cercato di riesplorare quell’atmosfera di 11 anni fa, eccitato dalle treccioline di Carolina Kluft, graziata dal ritiro della francese Eunice Barber, e da Stefan Holm cavalletta del salto in alto, ma esaltandosi anche per lanciatori e saltatori.
E proprio tra le pedane di lungo e alto Italia nostra ha restituito dignità al suo passato e magari al suo futuro. Da una parte Andrew Howe (eliminato Trentin), dall’altra i gemelli Giulio e Nicola Ciotti (entrambi m. 2,26) e Andrea Bettinelli (2,23) che hanno navigato sicuri e si sono qualificati per la finale di domani. Più che un caso, è già un evento per l’atletica italiana che mai ha piazzato tre saltatori in alto in finale. I due Ciotti ormai si arrampicano sempre intorno ai 2,30, se uno dei due andasse qualche centimetro più in alto potrebbe apprezzare il profumo di medaglia.
Al tirar delle somme il pronti via azzurro è stato un soffio d’ottimismo: la martellista Clarissa Claretti, arbitro di calcio nei ritagli di tempo, si è qualificata per la sua finale con la quarta misura e magari non le servirà lo spogliarello, come ha minacciato domenica, per far parlare della sua specialità. Elisa Cusma ha chiuso i suoi 800 in retrovia senza una scarpa dopo aver incrociato i chiodi dell’inglese Pritchard per colpa di una terza incomoda: reclamo azzurro e inglese e la Cusma passa in semifinale. Invece Christian Obrist ha pescato la finale dei 1500 con un coraggioso finale che gli è valso il quarto posto di qualificazione.
Oggi occhio a Howe ma anche a Ivano Brugnetti, 20 km di marcia per dire: ci ho preso. In inverno aveva deciso di ritirarsi, stanco di faticare e deluso dal fiasco degli ultimi mondiali. Poi ha trovato Cristina ed ha riscoperto di saper amare: le donne e la marcia.