Howe vuole un cane e un’auto: «Ma sogno il record mondiale»

«Mi piace saltare, è il mio lavoro. I 100 sono un gioco»

nostro inviato a Göteborg
Parla come salta: con leggerezza. Il sorriso non è un’appendice, ma un certificato di garanzia. Scompare quasi mai. Dice: «Un bel salto è come un orgasmo». Pausa. Sorriso. Stavolta malizioso. Allunga: «Voglio vedere se lo scrivete». La notte da campione di Andrew Howe finisce sognando il futuro, ripescando il passato. La mamma in gonnellina ascellare, strappata a qualche bambola di quand’era bambina, che gli saltabecca intorno. Eppoi amici e amici degli amici. Una birra con la sua gente quando l’ora si fa tarda. Festa a casa Italia, tra il nazionalpopolare e il provinciale. Il centro di Göteborg alle undici della sera è un pullulare di luci, via vai di biondone. Dentro, tutto è più contenuto. Una torta, due candeline, un manifesto da firmare. Prego: sorridi. Prego: dicci qualcosa. Prego: facci sognare.
Vero Howe? Ora è il momento di far sognare?
«Io sto sognando un record. Ogni occasione sarà buona. Sogno il gran salto a Zurigo, dove tutto è sempre perfetto. A Rieti, dove mi piace la pedana. In coppa del mondo».
Dire saltare significa?
«Che quello è il mio lavoro: saltare lontano. Magari qualche volta farò anche i 100 metri, ma sarà solo un gioco».
A Göteborg ha vinto anche la medaglia della simpatia. Ha trascinato il pubblico. Come ha fatto?
«Non so, a me piace tanto Il Gladiatore. Cerco di coinvolgere il pubblico, sennò la gente si annoia. Da noi non è come nel pallone che, ad ogni azione, può succedere qualcosa».
Quest’anno ha fatto divertire tutti e sempre. Il segreto?
«Ho programmato un percorso e sono riuscito a seguire la strada che volevo: dal bronzo degli indoor di Mosca fino all’oro di Göteborg. Desideravo questa medaglia, ce l’ho fatta».
Con una madre per allenatore. Difficile?
«Certo, ci sono stati disguidi. Non tutti erano d’accordo sulla scelta. Però mi ha portato fino qui. E l’anno scorso a Helsinki ho capito di aver bisogno di lei. Pure lei doveva essere sicura di me. Poi ci sono stati litigi. Cose che succedono fra madre e figlio. Ma lei è l’allenatore e detta legge: non posso dirle sono stanco, né disobbedire. Devo stare zitto, buono e fare».
C’è stato un momento in cui ha pensato di lasciare l’atletica: il calcio chiamava. Se fosse finito con il pallone tra i piedi?
«Ogni tanto ci penso: capitò a 15 anni, nel primo anno da juniores. Ci penso spesso per ricordare che esiste sempre una speranza per fare di meglio. Magari oggi sarei un altro fenomeno di passaggio, come ce ne sono tanti nel pallone».
Che cosa si regalerà per l’oro?
«Una batteria, un cane e un’auto. Soprattutto l’auto, la mia sembra diventata un posacenere».
Più facile battere il record dei 200, del triplo o del lungo?
«Scartiamo il 19"32 dei 200. Quello non lo farà mai nessuno. Più difficile toccare i nove metri del lungo che superare i 18,29 di Edwards nel triplo. Il primato mondiale resta un sogno».
Intanto si è allenato con Oba Martins sui 60 metri...
«Abbiamo evitato la gara per non strapparci. Lui fa bene i primi venti passi, poi basta. Su 60 metri, gliene do venti. Piuttosto: un giorno mi piacerebbe giocare una partitella d’allenamento con l’Inter. Se mi volessero...».
Il calcio fa ricchi: invidioso?
«La ricchezza non è importante, voglio trovare la ricchezza d’animo. Per diventare ricchi nel nostro sport bisogna fare qualcosa di grande davvero. Ci penserà mio fratello, che vuol fare il calciatore».
Ma ora che è uomo d’oro, cambierà qualcosa nella sua vita?
«No, non ho segreti da nascondere. So rimanere come sono. Credo che solo una medaglia olimpica mi cambierebbe la vita. Continuerò ad amare il salto in lungo: mi piace per esprimere grinta e rabbia contro quella pedana. Mi piace perché posso creare con il pubblico l’atmosfera del dramma sportivo. Là sotto sento un’energia pazzesca, prima di saltare ti vien la pelle d’oca. E quando sbaglio so che posso prendermela solo con me stesso. Non con altri».