HUGO Il proscritto che difese l’assassino

Tradotti per la prima volta tre interventi dello scrittore francese contro la pena di morte

Chiunque abbia visto negli occhi un uomo che sa di dover morire considera questi atti di Victor Hugo come qualcosa di suo: in realtà, soprattutto chi non ha fatto tale esperienza dovrebbe conoscerli. A me capitò, qualche anno fa, di incontrare un condannato a morte nella Russia appena liberata dal regime sovietico: si chiamava Ravil Dashkin, nato il 18 aprile 1964 a Penza, sulle alture del Volga, reo di omicidio e furto d'auto. Era detenuto in un penitenziario di massima sicurezza a Beleo Ozero, sul lago Bianco, quasi mille chilometri a nord di Mosca. Ammetto di aver ripensato al mio scambio umano con lui mentre leggevo le pagine composte da Victor Hugo sul caso Tapner. Spero sia ancora vivo: la nuova Russia di Vladimir Putin vuole entrare in Europa, per questa ragione ha sospeso le esecuzioni capitali a tempo indeterminato \.
Non dimenticherò mai lo sguardo da cane braccato che aveva Ravil mentre, seduto davanti a me sul letto, alzava i polsi, legati dai ferri che tintinnavano, chiedendo di essere ucciso. Non riusciva a sopportare l'attesa spasmodica del giorno in cui l’avrebbero chiamato a pagare per un delitto che, in Europa, gli sarebbe costato forse solo 15 anni di carcere. Nel Paese di Dostoevskij il prigioniero voleva che il boia si prendesse cura di lui.
Ecco perché l’indignazione che Victor Hugo esercitò nel lontano 1854 l’ho sentita mia. A quel tempo il grande scrittore francese (secondo alcuni), insopportabile retore (secondo altri), si trovava confinato nelle isole Normanne, sul lato ovest del canale della Manica, dal 1154 unite alla Corona inglese. Era stato prima a Jersey, poi a Guernesey. Dopo aver pronunciato, il 17 luglio 1851, una violenta requisitoria contro i progetti di restaurazione dittatoriale di Luigi Napoleone («il piccolo», come lo chiamava con malcelato disprezzo), Hugo era fuggito in Belgio dove aveva atteso il conseguente decreto di espulsione a suo danno. Nelle isole spazzate dal vento oceanico la fede repubblicana da cui prendeva alimento sembrava crescere in progressione geometrica.
La condanna a morte comminata a John-Charles Tapner per essere entrato, il 18 ottobre 1853, a Guernesey, nella casa di una donna di nome Saujon e averla uccisa e derubata, destò nel cinquantunenne scrittore, che risiedette nell’arcipelago atlantico insieme alla moglie e ai figli per vent’anni, un soprassalto emotivo e razionale, al tempo stesso, del quale volle render conto. Tanto chiaro e stringente sembra l’impatto persuasivo del suo pronunciamento etico, che l’impressione è quella di una prova del nove narrativa: come se nella scrittura il filosofo che abitava in lui avesse trovato il corpo del suo pensiero e l’uomo d’azione che gli teneva compagnia il senso pieno della propria passione partecipativa \.
Nell’esilio di Guernesey, aveva di fronte un fatto di cronaca. Appresa la notizia, non ritenne giusto tergiversare: compose subito un discorso rivolto agli abitanti dell’isola. Leggetelo come fu scritto: di getto. Ne apprezzerete la tensione civile, l’impeto volitivo, l’implacabile furore e, anche se dentro l’eloquenza letteraria tipica dell’autore, sarà difficile non assegnare a Victor Hugo, pur nel dispiegarsi irrefrenabile del tono tribunizio, il massimo del punteggio che l'epoca e le circostanze gli consentirono di ottenere.
Questo è soltanto il primo dei testi che compongono il dossier sul caso Tapner. Il proclama dell’esule, commuovendo il pubblico cui era destinato, non aveva impedito l’esecuzione della condanna, avvenuta il 10 febbraio di quello stesso anno. Il giorno dopo l’indomito scrittore si rivolse a Lord Palmerston, Segretario di Stato e ministro dell’Interno in Inghilterra, indirizzandogli una missiva di notevole rilievo espressivo, soprattutto nelle pagine dedicate al resoconto diretto dell’impiccagione, eseguita malissimo e quindi destinata a causare l’orribile agonia del condannato (dodici minuti!) che, non ancora cadavere (ma già spettro, dichiara Hugo), cercò addirittura di aggrapparsi ai margini della botola per continuare a vivere. Per ritrovare una simile intensità rievocativa, nel dettaglio visivo delle spasmodiche convulsioni dell’uomo in fin di vita, dovremo attendere il quinto episodio, relativo al comandamento «Non uccidere», del celebre Decalogo firmato nel 1989 da Krzysztof Kieslowski.
«Io sono cenere e voi siete polvere» dice lo scrittore al ministro. «Da atomo ad atomo ci si può parlare... Impiccare un uomo, bere un bicchier d’acqua. Non avete colto la gravità dell’atto. È una leggerezza da uomo di Stato; nient’altro. Signore, conservate le vostre superficialità per la terra, non offritele all’eternità». Filtra, in queste parole, il risentimento nei confronti della ritorsione spacciata come giustizia. Seppure nel suo modo fantastico e visionario, Hugo si schierò sempre a fianco degli umiliati e offesi. A ben riflettere, attraverso la pena di morte, egli torna a indagare sul vero grande tema che lo spinse a scrivere: il male umano. Soltanto una grande volontà può spezzare il destino tragico posto davanti a noi. Ma è nel terzo testo, intitolato «Su Tapner», che tale consapevolezza assume una forma piena e compiuta. Quasi due anni dopo l’esecuzione, lo scrittore, accompagnato dal prevosto della regina, signor Martin, visita i luoghi del supplizio: il carcere di Saint-Pierre-Port, in quel momento occupato soltanto da tre detenuti, due uomini e una donna, dove entra nella cella che fu di Tapner. \ Durante la visita, descritta con formidabile scrupolo documentario, Hugo apprende anche la vicenda, ancor più raccapricciante, di un altro condannato, il signor Béasse, giustiziato per aver ucciso un neonato. «Avreste invocato l’inviolabilità della vita umana per Béasse come avete fatto per Tapner?», gli chiede, con evidente intenzione provocatoria, il prevosto. La risposta dello scrittore va considerata il cuore segreto di questo libro: «Senza dubbio, gli ho detto. Tapner e Béasse sono dei miserabili; ma i principi provano di più la loro grandezza e la loro bontà quando difendono quegli stessi che la pietà non difende più».