Lo humor genovese in stile inglese

La tecnica di Govi diversa da quella dei De Filippo In radio Giuseppe Marzari lanciava freddure vestito in frac

Irene Liconte

Un uomo molto grasso avanza faticosamente sull'autobus pieno zeppo, fino a raggiungere le porte. «Scende?» gli chiede un signore «Ghe son de bonn-e poscibilitoè». Solo il dialetto rivela l'origine di una barzelletta che avrebbe potuto tranquillamente avere per protagonista un signore con bombetta ed ombrello. Umorismo inglese e genovese, differenze ed affinità: ne abbiamo parlato con i commediografi Lucio Dambra e Giorgio Ugolotti e con Giorgio Spina, scrittore. Un primo assaggio di riso all'anglosassone: due amici al pub, davanti ai boccali di birra; uno dice: «Ieri si è seduto qui al banco un cavallo». L'altro, zitto. «Ha preso un ginger». «Eh no, questo è impossibile»! Un altro esempio, dal film «Mary Poppins»: «Conosco un tizio con una gamba di legno che si chiama Smith». - «Ah sì? E come si chiama l'altra gamba»? Per inciso, la battuta causava un irrefrenabile scoppio di ilarità in un severo direttore di banca, tanto da farlo morire dal ridere.
Lo humour inglese è cerebrale, a volte quasi ermetico, antitetico rispetto alla barzelletta mediterranea, aperta e solare. Ma flemma e distacco non sono esclusive anglosassoni: la comicità di Paolo Villaggio, specie negli ultimi anni, è burbera, la battuta parte secca; le frecciate di Beppe Grillo non si distendono in una risata liberatrice, ma acre e incattivita. E non dipende solo dal repertorio impegnato dell'attore: già ai tempi dell'esordio nel cabaret, con Antonio Ricci, era questa l'impostazione comica di Grillo. Lo stesso Govi non imbastiva un rapporto con il pubblico, tramite risate che partendo dalla scena contagiassero la platea, espediente dei De Filippo; le sue battute, al contrario, erano spesso «mugugnate». Giuseppe Marzari, attore radiofonico classe 1900, sfoggiava una compostezza da vero britannico: pur non visibile agli ascoltatori, indossava infallibilmente frac e cravatta. La sua rubrica era dedicata a beghe di quartiere, che lui cercava di dirimere, tra canzonette e motti: «Vou dixe o scio Ratella/ ch'a foa a l'è sempre quella/ Pe fa ana e cose drite/ Ghe veu unn-a bella lite».
Genovesi e Scozzesi, poi, condividono infinite storielle sull'avarizia: due taxì si scontrano nel centro di Edimburgo. Nessun morto. Ventitré feriti. Ancora: uno scozzese, con la fiaschetta di whisky nella tasca posteriore dei pantaloni, passeggia per la brughiera. Inciampa malamente; si tasta preoccupato il didietro, bagnato: «Speriamo che sia sangue»! Ma se gli avari nostrani spesso si rivelano in fondo bonari - si pensi a «Pignasecca e Pignaverde» -, di tutt'altra stoffa è Scrooge, protagonista de «Il canto di Natale» di Dickens, altro grande umorista inglese, che condivide con Jerome una comicità contenuta e bonariamente ironica. È interessante però notare come l'umorismo britannico abbia radici completamente diverse dalle caratteristiche odierne. Nell'epoca elisabettiana l'umorismo era molto vigoroso, scurrile addirittura, come in alcuni personaggi popolari di Shakespere, ed i temi classici delle burle erano il contadinotto spennato a Londra e lo zio avaro turlupinato dal nipote. Il '700 conobbe la satira graffiante di Swift: nel paese di Lilliput («I viaggi di Gulliver»), chi si adombra negli assertori che l'uovo si rompe dall'estremità larga e nei sostenitori del contrario, se non i partiti di Whigs e Tories? Ancora, ne «La modesta proposta» Swift suggerisce, come rimedio alla carestia in Irlanda, di servire in tavola i neonati. Occorrerà il filtro sferzante (ma esteticamente ineccepibile) di Wilde per arrivare alla comicità pacata ed all'ironia di Jerome e Dickens.
Non si può negare, comunque, lo scacco storico inferto dall'umorismo inglese a quello genovese: il denaro prestato agli Inglesi dal Banco si S. Giorgio non fu mai restituito, ma, in compenso, fu coniata l'effige di S. Giorgio sulla loro moneta. Davvero spiritosi!