I 15 anni di Tg-Fede: «Scherzano su di me? Allora sono popolare»

Il direttore ricorda l’inizio della sua avventura a Mediaset quando diede la notizia della Guerra nel Golfo. «Allora ero socialdemocratico. E lo sono ancora, ma non c’era Prodi»

Tony Damascelli

Mai visti tanti rossi attorno a Fede. Calma, trattasi dei bicchieri di vino, Amarone, produttore Sartori. C’è pure la torta, mille foglie alla crema doppio gusto, la divorano in cinquanta e più, si fa festa e sul dolce nessuna candelina ma due cifre 15, gli anni del boom, nel senso del telegiornale diretto e condotto da Lui, Fede Emilio da Barcellona Pozzo di Gotto, siculo di razza e meteco di professione a Segrate, Mediaset. Prima di lui il diluvio, dopo di lui chissà. Indossa i jeans come uno sbarbato qualunque, ammicca e si passa la mano sulla chioma che resiste al logorio della vita moderna, prende carezze e baci da giovanissime fanciulle, la redazione è davvero un fedificio, ai muri e agli armadietti è esposto tutto quello che è stato scritto nel secolo andato e nel nuovo millenio sul Direttore, ritagli di giornale, pagine ingiallite, fotografie, mancano l’altare, i lumini, gli incensi e poi sarebbe messa totale. Fede è uno che ci marcia, eccome. Tiene un discorso brevissimo, un sms di felicitazioni, rotto anche dalla voce commossa di circostanza mentre partono gli applausi degli astanti. Quindici anni fa in contemporanea scoppiavano due avvenimenti: la tempesta nel deserto, detta desert storm, e la tempesta nell’informazione, detta Studio Aperto: «Silvia, Silvia è la guerra». Così incominciò l’avventura con uno scoop predecessore di altri, dalle dimissioni di Di Pietro Antonio in giù. Altri tempi, non c’era ancora Forza Italia, Berlusconi non era sceso in campo, Fede era socialdemocratico: «No, guardi che lo ero e lo sono ancora e per precisare, a quei tempi non c’era ancora Prodi». Ghigna.
Ho detto altri tempi: una copia di un giornale lire mille e duecento, il dollaro a millecento sessanta, Cossiga picconava, Andreotti faceva e disfaceva governi, Paolo Mieli scriveva sulla Stampa a proposito della guerra a Bagdad: «La tempesta nel deserto si è svolta in un modo che non avrebbe potuto essere migliore». Quindici anni dopo personaggi e interpreti di quelle ore hanno cambiato teatro e testo di recita ma Fede no, esiste, resiste: «Anzi debbo dire una cosa importante: senza Berlusconi e senza Craxi oggi non sarei qui a parlare, a spiegare il successo di questi quindici anni, oggi sarei un pensionato, della Rai, comunque emarginato».
La confessione, si fa per dire, arriva spontanea, mentre lo stesso Fede passa le mani sul viso, sembra quasi lavarsi la faccia, tira due sorsi di caffè nero, risponde al telefonino, controlla l’ora, ha le frette e le voglie di un praticante: «Per un certo periodo restai direttore di due testate, su Italia 1 e Rete 4, poi si divisero le acque».
Da allora quante cose sono successe. Molte, dette e illustrate in modo differente.
«Sì, il giornalismo televisivo si è politicizzato al massimo, è diventato fazioso».
Perché?
«Perché fiancheggia i partiti politici, vive collegato a questo tipo di politica».
Ne parla proprio lei, il simbolo della dipendenza politica...
«No, io sono dipendente ideologico, non politico».
La vogliamo spiegare questa, per favore?
«Voglio dire che io sono facilmente individuabile e individuabile a differenza di chi fa propaganda occulta, sono fiero di essere liberale».
Fiero di essere ridicolizzato in qualunque programma di satira o simile?
«Chissenefrega. Caricature, ironie e sciocchezze. Anzi le dico che il giorno in cui questo non accadrà più significherà che Fede è passato di moda. Un giorno Craxi che veniva disegnato con l’orbace, gli stivaloni e tutto il resto del repertorio, mi disse che in fondo gli faceva piacere; se avessero smesso di provocarlo sarebbe stato il segnale del tramonto. Io sono popolare, parlano di me».
È così popolare che provoca fastidi, a destra e a sinistra.
«Provoco fastidi a chi è in attesa di collocazione. Aspettano che molli per prendere il mio posto. Non vedo la novità. Ma io sono protetto».
Questo è risaputo.
«Ha capito male, sono protetto dalla mia professionalità. C’è stato chi ha cercato di farmi fuori».
Dica.
«Qualcuno mi telefonò facendomi capire che il mio eventuale allontanamento avrebbe favorito il dialogo con l’opposizione».
Chi le telefonò?
«Non faccio nomi, era un personaggio comunque autorevole».
A proposito, da ex professionista del gioco d’azzardo, faccia qualche nome di grande bluff dell’informazione.
«Potrei farne ma a che servirebbe? Dei piccoli non tratto, con la mia esperienza, la mia età. C’è molta ambiguità in giro, c’è gente che fa finta di essere schierata ma gioca su due tavoli, fa l’indipendente. Non mi preoccupano, sono un anchor man non un rancor man e al mio paese si dice meglio invidiato che compatito».
Qual è stata la notizia in questi 15 anni che non avrebbe voluto dare?
«La prima sconfitta di Berlusconi».
E quella che volutamente non ha dato?
«Forse un guaio giudiziario di Berlusconi. Che comunque ritenevo e continuo a ritenere non colpevole».
Giochi ma non al casinò: scelga un giornale, un tiggì da condurre da domani mattina.
«Il Tg1, là incominciai, là mi piacerebbe andare ma non lascio Mediaset, non lascio Berlusconi».
E il giornale?
«Il Tempo, di antica tradizione, può ancora rappresentare una voce importante».
Potrebbe provare con un Porta a Porta, un Ballarò, da lei confezionato...
«Non ci ho pensato e non me l’hanno proposto ma mi piacerebbe moltissimo. Vorrei riprendere un Tv7, si chiamava Cronache, dopo le elezioni però, perché credo che non avranno più bisogno di me alla direzione del Tg. Anche se penso che l’opposizione, sciaguratamente al governo, non si azzarderebbe a farmi fuori, sarebbe impopolare».
E allora?
«Allora non so, magari vengo a dirigere il Giornale».
Sarà mica un altro scoop? Torta, amarone, auguri.