I 30 anni di Vale, l’ex monello che studia da uomo

Il Dottore raccontato da chi doveva "spiarlo". Un Fenomeno attratto dalle cose semplici della vita. Una volta registrò un audio da far ascoltare a un tifoso in coma

Per onestà intellettuale, devo da subito rettificare il titolo: il mio Valentino ha quattordici anni, non trenta. Gli altri sedici sono le sue stagioni da figlio di mamma Stefania e babbo Graziano. Per cui sono cose solo loro, pennellate di memoria racchiuse dentro uno scrigno di famiglia.

Il mio Valentino nasce nel millenovecentonovantasei, è un ragazzino lungagnone e magrolino che si è da poco affacciato nel mondiale. Sullo scooter Aprilia gentilmente offerto dal team, ama giracchiare costantemente impennato lungo le viuzze artificiali dei paddock del motomondo. Max Biaggi, all’epoca numero uno incontrastato dello sport a due ruote rombanti, lo vede transitare a una decina di metri e sbuffa: «Chi si crede d’essere quello lì?». Mai fu dato sapere se la stoccata verbale, anticipatoria di future risse in pista e fuori, fosse figlia di vera stizza o della consapevolezza di non riuscire a sgasare stando impennato per minuti come faceva il ragazzino.

Ecco, per il sottoscritto, ma ne sono sicuro, anche per molti di voi, Valentino Rossi nasce in quelle settimane. Nasce a diciassette anni già compiuti, con ben impresse le stigmate dell’enorme talento, dell’aggraziata ironia, della geniale strafottenza. Il mio Valentino vince una volta sola quell’anno, in Repubblica Ceca, e cade ben di più, ma i botti che tira sull’asfalto sono nulla in confronto all’impatto che ha su giornali e tv: si potrebbe dire che il ragazzino buca il video e fonde penne e taccuini. È nato un personaggio.

Il mio Valentino diventa grande l’anno dopo, millenovecentonovantasette, quando conquista il suo primo titolo mondiale, ancora in Repubblica Ceca, e mi conquista definitivamente incaricando il suo servizio d’ordine di far entrare l’intruso nel camper durante la festicciola per il mondiale. Le sue body guard sono quelle di allora: gli amici della compagnia di Tavullia. Ricordo il faccione di Uccio, ancor oggi il suo amico del cuore, che si sporge dalla porta del piccolo caravan e mi chiede il nome per riferirlo a Valentino. «Sì, lui può entrare» è la risposta. Tra un brindisi, una canzone sparata dal piccolo stereo e cantata assieme a un paio di amici e amiche della compa, troverà persino il tempo di mettere giù due righe per raccontare la sua felicità.

Il mio Valentino è il vostro, è quello che ha riscritto la storia del motomondiale, è quello che ha trasformato uno sport per soli appassionati in un evento che entra nelle cucine delle mamme, delle nonne e, massì, anche delle figlie. Il mio e vostro Valentino ha vinto otto titoli mondiali in tredici anni, ma non sono solo le vittorie ad averlo reso così unico ed amato. Perché ci sono campioni che hanno dominato alla stessa maniera ma non sono entrati nelle nostre case come ha fatto lui e come saprà fare anche dopo. Perché il mio Valentino non è un Alberto Tomba che poi un giorno sparirà, non è uno Schumi pronto ad avviarsi sul triste viale del dimenticatoio, questo Valentino, anche dopo la moto, anche dopo le auto s’inventerà qualcosa per essere Fenomeno in quell’altra, lunga, parte della sua vita di uomo. E non è un caso che in questi giorni, durante una bella intervista sulla Gazzetta dello Sport, abbia detto cose che nei collegamenti neurali di altri sportivi neppure esistono. Ha detto «mi rendo conto di aver fatto nella vita più cose da pilota che da persona...», ha detto «sono contentissimo della mia carriera, di dove sono riuscito ad arrivare, perché ho ottenuto grandi risultati, ho tagliato traguardi fantastici, ma le cose importanti della vita, quelle ancora non le ho realizzate... Intendo dire che non ho fatto figli, che non ho messo su famiglia...».

Il nostro Valentino è questo: un uomo che con semplicità è capace di far sentire un po’ campioni tutti noi che corriamo sulle piste di una vita normale, che abbiamo moglie e marito, una famiglia e dei figli. Noi che impenniamo tra le difficoltà della vita normale. Il nostro Valentino è l’uomo finito nella polvere perché sconfitto in pista e nei guai col fisco ma poi tornato in vetta. Quanto al mio Valentino, è l’uomo che alla vigilia di un mondiale da vincere, quando la tensione era a mille e tutto remava contro di lui, trovò il tempo di mollare ingegneri e tecnici, di affacciarsi fuori dal garage e, quasi imbarazzato per il ritardo, dire «arrivo, scusami». Doveva registrare un lungo messaggio per un povero ragazzo finito in coma in un incidente. Era uscito a festeggiare una vittoria del suo eroe. Valentino parlò a lungo poi mi disse: «Però non dirlo a nessuno». Ho mantenuto la promessa per anni.