«I 33 nomi di Dio» Ivan Fedele conquista la Scala

Si trovava a fare la fila a una cassa della libreria dove andava abitualmente. «La mia attenzione fu attirata da una piletta di libriccini dalla copertina giallo paglierino posta sul bancone - ricorda il maestro -. Recavano un titolo suggestivo: I trentatré nomi di Dio. L’autrice era Marguerite Yourcenar. Quei versi arrivavano nel fondo dell’anima, e la cosa che mi colpì fu quando mi resi conto che in me la poesia si era trasformata in canto...». Benvenuti nel mondo dei pensieri di Ivan Fedele. Così il compositore spiega l’origine della sua opera «33 Nomes» per orchestra e due voci femminili (i soprani Julia Henning e Valentina Coladonato) che sarà eseguita in prima mondiale dalla Filarmonica alla Scala, sotto la direzione dell’americano David Robertson (oggi, domani e martedì, ore 20): «La naturalezza dell’incontro con quel lavoro mi convinse che un giorno avrei messo in musica quei versi». E quel giorno arrivò con una telefonata del sovrintendente Stéphane Lissner, che chiese a Fedele di scrivere una composizione per il Piermarini: il musicista, pronto, propose subito il pezzo sinfonico-vocale che riprende integralmente il testo della Yourcenar nella lingua originaria, «integrandolo con passaggi della traduzione italiana che spiccano per la “risonanza” con l’originale», precisa l’autore. Questo lavoro di Fedele presenta richiami ad atmosfere arcaiche, come il «cantus planus»; accanto a tecniche strumentali di punta, ecco spunti onomatopeici, allegorie e metafore strumentali sembra dettate dal desiderio di astrazione dell’autore. «L’uso di due voci femminili - spiega il compositore - mi ha consentito di proiettare su diversi piani quelle schegge di senso che il testo proietta come raggi di sole abbagliante; mi ha permesso di creare chiaroscuri, fitte polifoniche, risonanze interne, echi riverberi e organa a due voci...». Da un punto di vista formale si tratta di trentatré apax legòmena dai trenta secondi ai due minuti di durata, a eccezione di quello affidato completamente all’orchestra, il dodicesimo, «che nell’originale è un disegno di un cielo stellato...». In questo lavoro l’orchestra è una sorta di luogo metaforico della scoperta «della percezione semplice e immediata dell’universo, sia attraverso i sensi sia attraverso i sentimenti, alla quale si perviene con un estremo di sintesi e umiltà». Il direttore, l’americano David Robertson, per l’occasione alla guida della Filarmonica scaligera sul collega-compositore manifesta chiara stima: «Sì, è vero. Si tratta di uno degli autori di musica contemporanea più validi in circolazione con una grande capacità di miscelare armonie e melodie». Poi saluta scherzando con «L’ho conosciuto quando non sapevo l’italiano, ora che parlo la vostra lingua Fedele è ancora meglio...».