I 5.570 giorni di Eluana

Ritrova la voglia di parlare Beppino Englaro, il padre di Eluana che, subito dopo la morte della figlia, aveva chiesto a tutti: «Lasciatemi in pace». Critica il governo, dice la sua sul testamento biologico e ricostruisce, tappa per tappa, tutta la sua storia, da quel tragico 18 gennaio 1992, quando Eluana rimase coinvolta in un incidente stradale che la costrinse ferma in un letto. Non appena la famiglia Englaro si rende conto della situazione disperata di Eluana inizia a chiedere ai medici la sospensione dei trattamenti. Si va per vie giudiziarie. Il procedimento arriva fino alla Corte di Cassazione che nel marzo 2006 respinge le richieste della famiglia Englaro per un vizio del procedimento. Motivo: il ricorso, a suo tempo, non era stato notificato ad alcuna controparte portatrice di un interesse contrario a quello di Eluana Englaro. Il ricorso era stato presentato ai sensi dell’articolo 32 della Costituzione italiana: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
La storia di Eluana diventa un caso che spacca l’Italia in due: chi appoggia l’eutanasia e chi difende il diritto alla vita, in ogni condizione. Fino al 9 febbraio, quando, nella clinica «La Quiete» di Udine, Eluana muore a seguito della sospensione dell’alimentazione alla ragazza. Il 27 febbraio la Procura della Repubblica di Udine apre un fascicolo ipotizzando l'accusa di omicidio volontario aggravato e iscrive nel registro degli indagati Beppino Englaro, il primario Amato De Monte e gli infermieri che hanno partecipato all'attuazione del protocollo.