I 70mila di San Siro scelgono i brani dello show del Boss

Bruce scherza sul palco in italiano, poi legge le richieste sui cartelli esposti nelle prime file e improvvisa. Stadio Meazza esaurito per le tre ore con la E Street Band. Ovazione per "Because the Night"

Milano - E pazienza se c’è ancora qualche scampolo di sole sugli spalti quando lui arriva sul palco così, lentamente, passo dopo passo, insieme ai suoi musicisti, accolto da un boato che ve lo potete immaginare. «Fa abbastanza caldo?», chiede due volte in italiano, mentre Steve Van Zandt e Nils Lofgren iniziano a pennellare gli accordi di Summertime blues, un pezzo di Eddie Cochran che sembra scritto apposta per questa sera di mezza estate qui nella bolgia di San Siro. Bruce Springsteen è vestito come al solito, come uno che sta sempre Out in the streets, fuori per la strada come recita il secondo brano in scaletta: jeans e camicia nera e Fender gialla a tracolla, usata come fosse un menestrello per raccontare le sue trame da cantastorie che cerca con il passato di illuminare il futuro e peccato che non sempre sia così facile.

Con Radio Nowhere c’è la disperazione di non sentirsi a casa. In Prove it all night il senso di oscurità che per quasi trent’anni fino a The Rising ha pervaso il suo canzoniere di poeta prestato al rock, cresciuto con il rock e infine capace di usarlo, il suo rock, per parlare la lingua di tutti, anche quelli che non vorrebbero sentire. E a guardarlo in mezzo alla sua «E Street Band» su di un palco spartano perché intanto contano solo musica e parole e sentimenti, insomma a guardarlo qui Bruce Springsteen sembra davvero l’ultimo dei menestrelli rock ancora in sintonia con il mondo, capace di sentirne le pulsazioni, di coglierne le contraddizioni e di gridarle in faccia a settantamila persone (stadio esaurito da mesi) che ballano, sorridono, si esaltano seguendo un rito che non è mai anacronistico, mai nostalgico, mai autoreferenziale. Insomma San Siro diventa una Promised land, una terra promessa dove i confini del bene e del male sono nitidi ma mai assoluti, si intersecano talvolta e non ci sono giudizi moralistici. Springsteen è uno che ha vissuto, come Woody Guthrie ha attraversato i suoi States (e il resto del mondo) per parlare con la gente, mettendosi a disposizione come ormai non si usa più in questo show business incartapecorito dalle grandi produzioni, dagli effetti speciali che sono poi una blindatura della scaletta e rendono identico un concerto all’altro.

E allora ecco perché, in questo tour europeo il pubblico ha preso l’abitudine di esporre cartelli con il titolo di canzoni inusuali del repertorio del Boss, di chicche come le chiamano i fans di cinquanta, sessanta persino settanta anni che sono arrivati fin qui da tutta Italia in un pellegrinaggio che è unico per portata in tutta la storia della musica. «Come state?» chiede loro Springsteen iniziando Spirit in the night che ha un giro di chitarra e tastiere portentoso, un autentico invito a saltare alla faccia dell’afa oppressiva che avvolge lo stadio ma solo fin lì, fin dove Springsteen scorrazza senza sosta, si butta per terra, sfiora le mani delle prime delle file, lo farà fino alla fine e chissà come ci riesce cantando fra un entusiasmo straordinario Because the night e Badlands e la conclusiva American Land che scivola via finché si spengono le luci inseguite dal boato della gente. Venticinque brani, signori, qualcuno improvvisato come None but the brave e Hungry heart chiesti, anzi implorati dai cartelli delle prime file, insomma una comunione di quasi tre ore tra settantamila persone e il loro confessore laico, sincero, ineguagliabile (e accidenti che fisico, a 59 anni).