I 90 anni di Magni: da terzo uomo a Leone

&quot;Il ricordo più bello? Quel soprannome conquistato vincendo tre Fiandre. Me lo diedero i belgi, non volevano crederci...&quot;. &quot;Sgomitare tra Coppi e Bartali? Per me era uno stimolo, e non c’erano solo loro. Il futuro? Non sono ancora in pensione&quot; <br />

Un presente coniugato al futuro, nonostante il suo passato. Fiorenzo Magni, «il terzo uomo» del ciclismo italiano, il «Leone delle Fiandre», uno degli sportivi più acclamati della storia del nostro Paese è pronto a tagliare un nuovo traguardo: quello dei 90 anni. Lui che nonostante «quei due», ha saputo vincere e stravincere, ritagliandosi uno spazio di tutto rilievo nel mondo del ciclismo, il 7 dicembre taglierà l’ambito traguardo. «I miei primi 90 anni...», dice lui ironico e divertito come un ragazzino. Il «terzo uomo» del ciclismo italiano, quello che seppe vincere nell’era dei Coppi dei Bartali, ha sempre amato il racconto, ma soprattutto i progetti. «Alla pensione io non ci penso. Non potete immaginare quante cose ho ancora da fare». La storia l’ha scritta, a colpi di pedale, e l’ha tramandata a intere generazioni con la leggerezza e la passione che da sempre lo contraddistinguono.
«Sono nato a Vaiano in provincia di Prato ricorda, ma vivo da una vita in Brianza, a Monticello, con mia moglie Liliana. Avevo 14 anni quando il mio babbo mi regalò la prima bicicletta: nera, da passeggio, freni a bacchetta, con il carter. Costava così tanto che, più che un regalo, era un investimento. Con quella bici da passeggio inseguivo i corridori sul Monte Piano: quando mi accorsi che riuscivo a rimanere alla loro ruota, pensai che un giorno anch’io avrei potuto correre. La mia prima bici da corsa - a 16 anni - fu una Coveri, meccanico di Prato e papà dello stilista: era grigiastra e giallognola».
Poi finalmente la prima corsa...
«E caddi. La seconda forai. La terza scappai sul Grillaio. Rimanemmo in due: io e Alfredo Martini. Lui primo, io secondo».
Poi i ruoli si sono invertiti.
«Alfredo è stato un ottimo corridore, io che avevo iniziato dopo di lui ho colmato il gap e sono diventato quello che sono diventato, ma per me Alfredo resta l’amico più caro. Ci sentiamo due-tre volte a settimana ancora oggi. Ci basta un saluto, due parole, come tra due fratelli. A febbraio anche lui taglierà il traguardo dei novanta».
Poi il Fiandre del ’49, che la consacra...
«È la prima, anche se io ricordo con grande gioia la terza, consecutiva, quella che mi valse il titolo di “Leone”: titolo di cui vado ancora fiero».
Il complimento più bello?
«Viene dalla strada, da quelle del Fiandre. I tifosi belgi, nel vedermi passare ancora una volta tutto solo, esclamavano stupiti: “C' est le même”. È lo stesso. Ero sempre io, che per tre anni di fila li ha bastonati».
Una carriera da incorniciare nonostante i tanti avversari: Bartali, Coppi, Kübler, Koblet, Van Steenbergen e Bobet, autentici titani.
«Molti si sarebbero smontati, io mi galvanizzavo. Più mi dicevano: “c’è poco da fare”, più io facevo di tutto per dimostrare che quando si vuole, si ottiene».
Magni innovatore (portò nel ’54 le sponsorizzazioni nello sport con la Nivea, ndr), ma anche fachiro, capace di sopportare dolori inimmaginabili.
«Al Giro del '56 cado nella discesa di Volterra e mi fratturo la clavicola. "Non puoi partire", mi dice il medico. Io lo lascio parlare e faccio di testa mia: metto la gommapiuma sul manubrio e corro lo stesso la crono. Poi supero gli Appennini. Ma provando la cronoscalata di San Luca mi accorgo di non riuscire nemmeno a stringere il manubrio dal dolore, allora il mio meccanico, il grande Faliero Masi, decide di tagliare una camera d'aria, me la lega al manubrio ed io la tengo con i denti, per non forzare le braccia e le spalle. Il giorno dopo, nella Modena-Rapallo cado di nuovo e mi rompo anche l'omero. Svengo dal dolore. Ero già sulla lettiga, quando mi riprendo, mi rendo conto di dove sono e ordino a chi guidala l’ambulanza di fermarsi. Mi butto giù, riprendo il gruppo e arrivo sul Bondone sotto una tormenta di neve».
Come ci si sente a 90 anni?
«Non li sento. Lei non ci crederà, ma faccio ancora programmi. Io guardo avanti. E davanti a me ho tante carte, tanti progetti, tante cose da fare e sbrigare. Non ho più le concessionarie d’auto da gestire, l’ultima l’ho chiusa un anno fa: non si guadagnava più niente. Non si può lavorare in perdita. Quindi, penso ad amministrare quello che ho messo da parte in questi anni. Il mio motto è sempre stato: più ne spendi meno te ne restano. Oggi penso a quello che mi è restato. E poi c’è il Museo del Ghisallo, di cui sono il presidente. Vorrei farlo diventare il più bello del mondo e lassù mi piacerebbe anche organizzare una grande festa, con tanti campioni, con una grande corsa che possa rendere omaggio ad un pezzo di storia del nostro Paese».
Le piace il ciclismo di oggi?
«Molto, anche se ai ragazzi chiedo più coraggio: meno tattica e più fantasia. La gente ha bisogno di sognare».