Iñarritu: «Brad Pitt nel mio Babel diventa caritatevole»

In ottobre nelle sale il film interpretato da Cate Blanchett

Pedro Armocida

da Roma

È un film forte, di quelli che non ti lasciano respiro. Che ti straziano, ti soffocano e ti ricordano che si è sempre sull’orlo del baratro, perché polvere siamo e polvere ritorneremo. A decidere il come e il quando in Babel è per il regista messicano Alejandro González Iñarritu ancora una volta, dopo la sorprendente opera d’esordio Amores perros e lo sconvolgente 21 Grammi - Il peso dell’anima con Sean Penn e Naomi Watts, il caso perché, spiega, «la vita è una combinazione di elementi, un insieme di momenti tristi e felici. Sono stato mosso dalla dolce tristezza, un sentimento che mi piace e che ho vissuto durante le riprese. Potrebbe sembrare strano ma Babel è il mio film più allegro che alla fine trasmette un po’ di speranza». Iñarritu non ama parlare in termini di fede dato che «la religione crea frontiere e barriere dentro di noi, impegnati a non accettare l’altro ritenendolo inferiore». Anche se spiegando cosa ci sia alla base del suo film usa la suggestiva parola «compassione» che risuona spesso nei Vangeli: «Babel è tutto incentrato sulla compassione verso gli altri che poi è l’unica forma per abbattere le divisioni esistenti dentro di noi. Nessuno più giudica con la compassione, un concetto andato perduto. Ho cercato di far sì che tutti i personaggi del film fossero animati da questo sentimento».
Scritto insieme al fedele Guillermo Arriaga (premiato a Cannes per la sceneggiatura di Le tre sepolture di Tommy Lee Jones) Babel ha una struttura complessa che si snoda in tre continenti. In Marocco due ragazzini nel deserto provano il fucile che il padre gli ha dato per tenere lontani gli avvoltoi dal gregge. Una pallottola colpisce una donna americana (Cate Blanchett) in compagnia del marito (Brad Pitt) su un pullman. La coppia ha lasciato a San Diego i figli alla tata messicana che per non mancare al matrimonio del figlio li porta irresponsabilmente con sé a Tijuana. Nello stesso momento in Giappone una ragazza sordomuta vive un’adolescenza particolarmente difficile (la madre si è suicidata) e un complesso rapporto con il padre (accidentalmente legato all’episodio marocchino).
Iñarritu, premio per la regia a Cannes, concatena con grande maestria i quattro tasselli, giocando abilmente con la messa in scena delle storie parallele e della loro circolarità dove l’elemento della lingua è fondamentale. E per rendere questa babele di idiomi Rai Cinema, che distribuisce con la 01 (dal 27 ottobre in 300 sale), ha deciso coraggiosamente di doppiare solo le voci degli americani, Brad Pitt e Cate Blanchett, mantenendo i sottotitoli per tutti gli altri personaggi. Racconta il regista che per Babel ha scelto due star come Brad Pitt nel suo primo ruolo di uomo di mezz’età («Era necessaria un’icona del maschio americano che si confronta con un paese musulmano») e Cate Blanchett («Una regina che ha la capacità di trasformarsi in chiunque voglia»): «Sul set c’erano persone di sei o sette nazionalità diverse, il problema però non era la lingua ma di come vedevamo diversamente le cose. Grazie a quest’esperienza ho imparato il rispetto per l’altro, non la tolleranza, parola negativa che implica sottomissione».
Nel film le polizie di tutto il mondo non sono ben viste («Ogni sei mesi mi scontro con loro alla frontiera di Tijuana perché debbo rinnovare il passaporto») mentre c’è una grande sintonia con le popolazioni marocchine: «Nei Paesi islamici ho visto grande generosità e una spiritualità come non mi è mai più capitato. Il fatto che ci sia una frangia radicale non vuol dire che tutti siano dei terroristi». Iniziato come un viaggio sulle diversità tra i popoli, Babel è diventato alla fine, sorprendendo lo stesso regista, «un film su cosa fa di noi degli esseri umani, uniti dalla miseria, dall’empatia e dal dolore che è incapacità di amare e di ricevere amore».