«I B-movie? Tornano grazie a Tarantino»

RomaIl mostro alieno? Solo trippa. Già: trippa per gatti. La lebbra che mangia la pelle? Nient’altro che cerone e farina. Farina per dolci. Perché la genialità del cinema italiano è stata anche questo: i casalinghi (ma infallibili) «effetti speciali» con cui negli anni 70 Mario Bava confezionava i suoi «horror». Snobbati in patria, adorati in USA, inattesi protagonisti d’un «culto di ritorno».
Di cui oggi Lamberto - figlio ed erede del mitico autore di riscoperte cult quali La maschera del demonio e Ercole al centro della terra - è il capofila. E opportuno regista del primo dei 6 passi nel giallo di Mediaset, che a quel filone s’ispirano. «Accadde per Caltiki il mostro immortale, di Riccardo Freda. Bisognava creare un mostro alieno a basso costo. E mio padre pensò alla trippa. Un quintale di comune trippa per gatti. Che funzionò egregiamente. Anche se poi - ride Lamberto Bava - dopo tre giorni puzzava talmente che gli attori svenivano sul set».
E la lebbra fatta di farina?
«Quella finì spalmata sulla faccia di Barbara Steele, protagonista di Vampiri. Il suo splendido volto doveva "decomporsi" a vista. Altro che sovrimpressioni o computer grafica! Papà usò cerone, farina, colla, un’illuminazione adeguata e - oplà - il trucco era servito».
Di quel cinema povero ma fantasioso lei è l’erede naturale. Cosa lega quegli scalcagnati - ma oggi amatissimi - cult horror alla serie di Mediaset?
«Il cinema di genere. Che in Italia nessuno fa più. Ma che Mediaset - per modernizzare lo stile delle sue fiction - ha deciso di adattare al pubblico della tv generalista. In Italia gli horror e i thriller di Bava, Castellari e Margheriti sono sempre stati snobbati, fraintesi. Finché signori che si chiamano Tarantino, Scorsese, Burton e Landis hanno rivelato di essersi ispirati proprio ai film di Mario Bava. “Mario chi?“, rispondevano i giornalisti italiani. Del resto, quando il mio amico Tarantino a Los Angeles mi confessò che il mio film che amava di più è Blastfighter, io stesso nemmeno me lo ricordavo più».
E quando chiesero a suo padre perché agli americani piacessero film che a noi facevano schifo, lui rispose: «Perché loro sono più fessi di noi».
«È vero. Ma mio padre - pur amando enormemente il suo lavoro - era spiritoso e disincantato. E quarant’anni fa, in Italia, se non facevi film sui partigiani non eri nessuno. Intanto però quelli di genere erano conosciuti ovunque, fino in Giappone e Corea. Mai sofferto di complessi d’inferiorità. Però, se da noi quasi nessuno sa chi siano i Bava, in America m’invitano tre o quattro volte l'anno, per partecipare a retrospettive dove passo il tempo a firmare autografi».
E allora come e quanto è cambiato il modo di far paura, da allora fino a Presagi?
«I sistemi sono sempre quelli. Porte che cigolano, passi scricchiolanti nell’ombra, improvvisi schizzi di sangue. Ma la sceneggiatura dev’essere di ferro. Inattaccabile. Altrimenti, dal far paura al far ridere, il passo è brevissimo».