I bambini dei gay aprono la marcia dei centomila

Enrico Lagattolla

da Milano

«Milano nella sua storia ha visto di tutto, ma la schifezza di utilizzare dei bambini innocenti per sostenere le proprie perversioni gli mancava, e credo che oggi si sia toccato veramente il fondo». Vetriolo sul «Gay pride 2005», parole del ministro per le Riforme, il leghista Roberto Calderoli.
L’indice è puntato. Oggetto dello sdegnoso comunicato, il trenino che apre il corteo. A bordo, le «famiglie Arcobaleno», l’associazione dei genitori omosessuali. Omosessuali i genitori, nati in provetta i figli che sono con loro.
I minori sono una ventina, «uguali a tutti gli altri». Senza dubbi le madri: «Oggi sfiliamo per il rispetto dei diritti, perché anche questa è una forma d’amore che non va impedita». Calderoli non è in piazza. Non può sentire, ma ha già risposto. Stesso comunicato, stessa indignazione, accenti biblici: «I bambini nati in coppie lesbiche da fecondazione eterologa che vengono fatti sfilare in questo corteo gridano vendetta a Dio». Perché «ciascuno può fare della propria vita sessuale ciò che vuole, ma non giocare con la vita e la mente dei bambini. Questo non è consentito».
Stempera i toni - non la sostanza - Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia, ex Comunione e Liberazione, ex assessore azzurro nella giunta milanese: «Calderoli ha esagerato nei modi, ma la nostra preoccupazione resta alta. Quando la pretesa libertà usa i bambini per affermare le proprie ragioni, siamo di fronte a una società che non è più umana».
Polemiche a distanza. Vicino - e molto - è invece Filippo Penati. Sfila, il Presidente della Provincia. E non si tratta di un’adesione «a titolo personale». Tanto istituzionale da aver concesso il patrocinio alla manifestazione, con buona pace della Margherita. Esserci «per non far fare brutta figura alla città». «Il ruolo delle istituzioni - ricorda Penati - è di consentire a tutti i cittadini di esprimere il loro pensiero, senza assumere atteggiamenti censori e prevenuti che spesso hanno reso Milano un’eccezione nel panorama internazionale». L’inquilino di Palazzo Isimbardi benedice i Pacs, i patti civili di solidarietà. Tradotto, un placet alle coppie di fatto. Primo passo verso l’imbarazzo degli alleati. Il «no comment» di Vincenzo Ortolina (Margherita) ha poco o nulla di criptico. Altrettanto chiaro il silenzio con cui chiosa la presenza di Penati alla sfilata gay e del tutto esplicito il dissenso verso le «scelte discrezionali del presidente della Provincia».
Pomeriggio di provocazioni, non solo politiche. Un corteo che non passa certo inosservato. Da piazza della Repubblica all’Arena (quella dei matrimoni civili), davanti alla Scala e a Palazzo Marino, a due passi dal Duomo. Giovani e non, drag queen e avvocati, travestimenti trash e compostezza «english style», traffico in tilt, carri musicali, ritmo di Gaynor-Abba-Oxa-Rettore, preservativi per tutti, baci da pellicola holliwoodiana, un po’ di sconcerto tra gli astanti più anziani. «Che schifo», sentenzia un’ottantenne. Signora, non esagera? «Ognuno è libero di pensare quello che vuole». Appunto.