I bambini nella lente di otto registi

Maurizio Cabona

Temutissimo tipo di «film da festival» è quello filantropico. Di solito annoia. Quasi mai arriva nei cinema. Perciò va incoraggiata l’eccezione, All the Invisible Children (Tutti i bimbi invisibili), presentato ieri fuori concorso alla Mostra di Venezia. Gli episodi seguono l’ordine alfabetico dei nomi dei registi: per l’algerino di Francia Mehdi Charef, un episodio di guerriglia nel Burkina Faso; per il bosniaco-musulmano di Serbia Emir Kusturica, un episodio di rapida uscita-rientro in riformatorio di uno zingaro; per lo statunitense Spike Lee, una famiglia newyorkese con l’Aids; per la brasiliana Katia Lund, due piccoli recuperatori di rifiuti a San Paolo; per Jordan (figlia) e Ridley (padre) Scott, l’onirico ritorno all’infanzia di un fotografo di guerra; per Stefano Veneruso (anche co-produttore con Maria Grazia Cucinotta e Chiara Tilesi), un ladruncolo di orologi dai polsi dei napoletani; per John Woo, la favola di una bimba ricca e di una povera di Pechino. Di Kusturica e Woo i momenti migliori, che li riportano ai livelli di quindici anni fa.