I banchieri G10 al capezzale dell’economia

da Milano

Tenuta della ripresa economica, inflazione, euro sempre più forte, rischio di recessione in Usa come prima conseguenza della crisi dei mutui subprime, greggio a 100 dollari il barile e primi giorni dell’anno nerissimi per le borse mondiali crollate sotto i colpi del caro petrolio.
Questo è lo scenario sul tavolo dei governatori delle Banche centrali del G10, riuniti da stamane a Basilea nella Banca dei regolamenti internazionali, a pochi giorni, tra l’altro, dal consiglio direttivo della Bce, che dovrebbe lasciare il costo del denaro fermo al 4% nonostante la volata dell’inflazione (anche in dicembre ai massimi degli ultimi sei anni e mezzo, cioè al 3,1%). «L’aumento sostanziale dei prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari - ha affermato Jean-Claude Trichet, presidente della Bce - sta avendo un forte impatto al rialzo sull’inflazione». E ha sottolineato che Francoforte «è pronta a contrastare tutti i rischi che minacciano la stabilità dei prezzi, in linea con il proprio mandato». L’allarme arriva anche da Bruxelles. Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, è molto preoccupato: «Noi speriamo - ha detto - che dalla metà del 2008 i prezzi tornino a un livello normale. Speriamo, perché in effetti i dati sono peggiori delle più pessimistiche aspettative». Petrolio e alimentari, quindi, alla base del carovita europeo che rischia, nei prossimi mesi, di aumentare ancora.
Ma Eurotower e Bruxelles non sono certo le sole a preoccuparsi della folle corsa del barile e delle sue ripercussioni. Il caro-greggio, infatti, preoccupa, e non poco, la stessa Casa Bianca, che tuttavia assicura: «Non verranno toccate le riserve strategiche». Gli Stati Uniti sono già alle prese con la crisi dei mutui subprime che ha peggiorato le prospettive dell’economia che, secondo gli analisti, ora rischia le recessione. Gli ultimi dati parlano di un tasso di disoccupazione al 5 per cento, ai massimi degli ultimi due anni.
L’amministrazione guidata da George Bush, affermando consapevolmente che la crescita non è poi così scontata, sta valutando soluzioni fiscali a sostegno dell’economia. Ma non è solo la Casa Bianca: si muove anche la Federal Reserve (che nello scorso dicembre aveva tagliato i tassi di 25 punti base, portandoli al 4,25 per cento). Dopo la doccia fredda sull’occupazione, gli analisti scommettono su un nuovo taglio il prossimo 30 gennaio, stavolta dello 0,50 per cento, che porterebbe così i tassi americani al 3,75 per cento, un livello quindi inferiore a quello europeo.
A complicare ulteriormente il quadro mondiale ci sono le conseguenze dei mutui subprime, che continuano ad appesantire i listini mondiali.
Intanto, secondo il neopresidente di turno dell’Opec, Chakib Khelil, «il prezzo del petrolio a 100 dollari non è necessariamente troppo elevato». La forte domanda di greggio a livello internazionale, soprattutto di Cina e India, ma anche dei Paesi del Medio Oriente, e l’aumento dei costi di produzione, per Khelil «potrebbero tenere ancora alte le quotazioni del barile; il record di 100,09 dollari dev’essere visto in funzione del prezzo reale. Da quel punto di vista, infatti, il petrolio non ha ancora raggiunto i massimi toccati nel 1980, attualizzati oggi tra i 102 e i 110 dollari al barile».