I banditi: «Useremo gli ostaggi come scudi umani»

«Io non ho paura della pena di morte perché è Allah che giudica gli uomini e tutti devono morire». La voce giovanile di Abbad Saleh Abbad Al Zaydi, uno dei rapitori dei cinque turisti italiani nello Yemen, giunge nitida al centralino de Il Giornale. Ieri il sito dell’esercito yemenita ha reso noto la sua foto segnaletica, faccia da bravo ragazzo, sbarbato, capelli ricci e neri, assieme a quella di due altri membri del clan che hanno sequestrato i connazionali. Fonti governative hanno fatto trapelare che i rapitori dei turisti rischiano la pena di morte.
Giovane, sui 20 anni, Abbad parla con calma: «Gli italiani stanno bene, anche se si sentono un po’ stanchi. Si trovano in alta montagna, dove fa un po’ freddo, ma il cibo è buono e tutto resterà tranquillo se i militari non ci attaccano». Le forze di sicurezza continuano a stringere il cerchio attorno alla zona, di Al Mihtagaza, dove sono tenuti gli ostaggi. «Intimiamo ancora una volta al governo italiano di far desistere le forze governative dall’attaccarci, altrimenti dovremo adottare i nostri metodi» sottolinea il giovane rapitore. Pur non volendo minacciare apertamente l’incolumità degli ostaggi alla fine ammette «che se le truppe si avvicinassero potremmo usare gli italiani come scudi umani». Smentisce, però, che sia già accaduto ieri mattina, durante un tentativo di rompere l’assedio. Fra i rapitori c’è qualcuno che parla uno stentato inglese per comunicare in maniera molto basilare con gli ostaggi, ma Abbad non se la sente di rassicurare i familiari «fino a quando i soldati continueranno a provocarci». Il negoziato langue a causa della linea della fermezza adottata dal governo, ma i rapitori non hanno alcuna agenda politica: «Vogliamo solo la liberazione dei nostri familiari e membri della tribù, che sono 11, non 8 come dicono i media».
Abbad, assieme a suo fratello Alì Saleh Abbad Al Zaydi ed un altro complice, Marei Al Amiry, sono gli esecutori materiali dell’imboscata ai cinque turisti italiani. I due fratelli sono figli del noto sceicco Saleh Abbad Al Zaydi, ex generale, politico filo Saddam e influente capo clan. Lo sceicco è stato ucciso il 27 aprile 2003 a causa di una disputa tribale. Il motivo originario del contendere era la vendita di una macchina per 80mila rial sauditi, poco più di 18mila euro, mai pagati. Il rivale della disputa, lo sceicco Abdul Wali Al Ghieri, è stato ammazzato per vendetta un anno dopo. Per questo omicidio sono accusati proprio i due giovani fratelli Al Zaydi e Mohammed Mabkhout Al Zaydi, un altro parente, considerato il capo della banda. Non a caso, dopo il sequestro gli ostaggi sono stati portati proprio da Mabkhout nell’aspra zona montagnosa di Al Mihtagaza. Da un anno il governo yemenita ha messo in custodia almeno otto membri del clan Al Zaydi, come sistema di pressione per farsi consegnare dalla tribù gli assassini dello sceicco Al Ghieri. I sequestratori chiedono la liberazione degli otto, o undici che siano, in cambio degli ostaggi italiani.
Le altre due foto segnaletiche rese note ieri sono di Ali Ali Naji Al Duhebil e Marei Al Amiry. Il primo è un vagabondo, attaccabrighe, ritratto con la barba incolta, che si trova a suo agio in queste situazioni. Il secondo, invece, fotografato con la tradizionale kefiah rossa e bianca sulle spalle, sarebbe addirittura un consigliere comunale della zona di Dilwa, laureato in giurisprudenza e nipote dello sceicco ucciso all’inizio della faida tribale.