I BEAT DEL DUEMILA Ancora e sempre sulla strada

La strada è una costante della letteratura americana, poiché il nuovo continente nasce dal percorso di una strada marina, una rotta: nella Tempesta e nella Dodicesima notte Shakespeare svela, meglio di tutti gli storici, la realtà di un mondo nascente. La strada, intesa come rotta, è al centro del capolavoro della letteratura americana, Moby Dick, storia metafisica di agonismo in mare, ricerca del destino su una baleniera, mentre, nello stesso prodigioso quinquennio 1850-1855, Walt Whitman scriveva una straordinaria epopea della strada, una poesia che passava dall’incontro stupefacente con città popolose a boschi intatti e parlanti all’anima, alle onde oceaniche battenti una spiaggia dove un ragazzo camminava, ispirato e posseduto dalla visione di una coppia di uccelli, dalla scomparsa di lei, dal canto vedovo del maschio, dalla natura impercettibile e aerea della strada in cui lei era scomparsa e in cui lui la cercava.
Sulla strada è il titolo leggendario di quello che a mio parere è l’unico grande libro della beat generation, introflessa, dopo Kerouac, in una sorta di poesia tra lo psicanalitico e il politico, quando nel maestro si profilava la grande metafora della strada come ricerca del senso ultimo, l’origine e la meta fusi nel cammino. Seguirà il cinema, seguirà la musica rock: la tematica di Springsteen deve molto a questa idea di strada come al ponte, il mistico The bridge di Hart Crane, uno dei massimi poeti americani del Novecento splendidamente quanto inutilmente tradotto e proposto ai lettori italiani da Roberto Sanesi. Inutilmente perché non è “passato”, come non è passato Ralph Waldo Emerson, che io tradussi per gli Oscar Mondadori, e che rappresenta un caso di riuscita fusione di pensiero e poesia, meditazione e inno, come avveniva nei presocratici, oltre che la ricerca continua della strada in senso sapienzale e orientale.
La strada è fondamentale perché la realtà degli Stati Uniti è lo spazio, sia quello sacro dei nativi, che i bianchi hanno vilipeso e profanato, sia quello delle grandi distanze da colmare per unire le voci e i volti del Paese: le grandi ferrovie, la nascita della Ford, il ponte di Brooklyn, il cinema di viaggio come Paris Texas, Thelma e Louise, Zabriskie Point, per non parlare della tradizione del viaggio verso il Far West, per tacere del film estremo di cammino e viaggio alla ricerca dell’anima del Paese che è Balla coi lupi.
Interessante, intelligente, quindi l’intenzione di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti: un’antologia della poesia statunitense contemporanea, un viaggio, partendo da Los Angeles (Nuova poesia americana, Mondadori, pagg. 385, euro 9,40). A parte un criterio cronologico necessario (poeti contemporanei), la scelta è quella di un viaggio per aree geografiche, in un Paese dove la distanza crea molti centri, spesso poco comunicanti tra loro. Per un poeta, ad esempio, essere pubblicato presso una casa editrice di uno degli stati Usa non significa necessariamente essere letto in uno stato confinante. Cercare di rappresentare la poesia statunitense di oggi per luoghi, compiendo un viaggio, mi pare interessante, poiché nonostante la centralità di New York, gli States hanno molte anime, molti centri.
È, letteralmente, un paese «on the road», dove non a caso le auto viaggiano per legge e per vocazione dei guidatori a velocità bassissime per i nostri parametri ipercinetici, direi al ritmo del passo, dove si prende un aereo come qui un autobus, dove la distanza è una realtà quotidiana. Da questa realtà dello spazio, centrale per i nativi, essenziale per i grandi scrittori americani, da Melville a Hemingway, è nata la poesia di uno dei massimi autori del Novecento, l’americano Thomas Stearns Eliot, che sentì la distanza dall’Europa come lontananza dall’origine, e vi tornò, fisicamente.
Ma il motivo, in sé metafisico, come intuì e realizzò Hart Crane nel citato Il ponte, sembra assente negli autori del primo dei volumi antologici, vere e proprie tappe di una carta geografica. Così come la riflessione sul destino, inscindibile dalla percezione dello spazio, pare relegata in una dimensione angusta, quotidiana senza la capacità di squarcio rivelante che il quotidiano “deve” avere in poesia. S.Z. Perkoff, uno dei poeti di Los Angeles, rivolgendosi guarda caso a un Jack, propone la scelta tra «la strada» e «la letteratura», come se non esistessero un paio di millenni in Occidente e molti più in Oriente sui nessi tra i due mondi, come se Dante non si fosse ispirato, nel suo viaggio e nella sua strada, a un testo islamico che si intitolava La scala, una strada ascensionale.
Sale di temperatura Martha Ronk, capace di versi interroganti il tempo, la rovina, l’immagine fotografica, il passare e svanire dell’evento, e infatti è una studiosa di Shakespeare, gioca arduo e alto. Ma prevale la memorialistica di un’età sperimentale, o semplicemente confusa, che nulla ha lasciato anche al suo apparire, come negli esercizi di John Thomas, o il tono cantautorale (italiano, non americano, dove Dylan, il Boss, Neil Young, Cohen, scrivono testi molto più belli), di Robert Crosson, la polemica esile di Michael Davidson.
Questo è il primo di cinque volumi di un’opera necessaria per portarci a conoscenza della poesia di un Paese che è insieme un continente e un mondo. Arriveranno, immagino, i poeti viventi più importanti, il visionario Charles Wright, vertiginoso, dantesco e campaniano, pubblicato in Italia da Jaca Book, e il densissimo e vitreo Charles Simic, edito da Adelphi. Arriveranno altri che non conosciamo, in questo viaggio ben congegnato geograficamente attraverso il Paese delle traversate. Anche se il bilancio del volume di questi diciotto poeti di Los Angeles non è esaltante. La poesia affiora saltuariamente, e forse per caso. Ma siamo solo alla prima tappa.