I Beatles diventano musical: "A Ringo e Paul è piaciuto"

In "Across the Universe" 33 brani dei Fab Four e camei di Bono e Joe Cocker La regista: "Quando ho visto che Starr e McCartney cantavano, mi sono rilassata"

Roma - L'idea, bisogna ammetterlo, non era niente male. Prendere 33 tra le più belle canzoni dei Beatles (tra le tante Hey Jude, All You Need Is Love, Let It Be) e con le voci degli attori farle diventare il leitmotiv di un film con una storia originale. Nasce così Across the Universe, presentato ieri in «Première» prima dell'uscita in Italia il 23 novembre, musical postmoderno e travagliato (molte le difficoltà tra la regista Julie Taymor e i produttori), sulla scia del recente Moulin Rouge di Baz Luhrmann ma con un occhio anche ai classici Grease e Hair, in cui ancora una volta, grazie ad uno dei generi fondanti del cinema statunitense, viene sospesa la credulità dello spettatore alle prese con attori che all'improvviso cantano o si mettono a ballare in mezzo a una strada (a proposito le coreografie sono del celebre ballerino Daniel Ezralow).

Sul risultato artistico dell'ambiziosa impresa potete leggere qui il nostro Cabona mentre, nonostante l'utilizzo delle canzoni più popolari al mondo e il cameo d'altrettanti volti noti come Bono degli U2, Joe Cocker e Salma Hayek, il film non ha sfondato al botteghino statunitense totalizzando un incasso di quindici milioni di dollari in più di un mese di programmazione. Un de profundis per un'operazione che voleva invece scuotere le anime dei giovani d'oggi chiamati a seguire la storia d'amore transatlantica tra Jude (interpretato da Jim Sturgess), fuggito a New York dai cantieri navali di Liverpool, e Lucy (Evan Rachel Wood), sullo sfondo degli anni Sessanta con le proteste contro la guerra in Vietnam (dove Max, fratello di Lucy, si trova a combattere) iniziata da JFK e proseguita da LBJ (ma c'è solo un cartello contro il presidente Lyndon Johnson: «Quanti ne hai uccisi oggi?»).

Ovviamente si racconta di quegli anni cruciali come metafora di quelli attuali con il conflitto in Irak. Teorizza la regista di Frida e di Titus: «All'epoca non si poteva fare un blobbing della protesta, come ora lo puoi trovare su My Space, bisognava scendere per strada. Oggi c'è bisogno di ritrovare questa energia perché stiamo tutti rinchiusi nelle nostre stanze collegati a un computer. I sei giovani attori del film sono molto interessati a quello che sta succedendo in Irak. Così, quando due anni fa abbiamo girato sulla Quinta Strada la scena della manifestazione antibellica, loro hanno vissuto un'esperienza coinvolgente innalzando con grande entusiasmo i cartelli con su scritto: "Riportate i nostri ragazzi a casa"».

Dal punto di vista visivo il film racconta l'epoca della controcultura e dei figli dei fiori attraverso una serie ininterrotta di esplosivi e psichedelici giochi di colori a cui la regista ha apportato il suo gusto teatrale attingendo alle maschere di Peter Schumann, fondatore dei «Bread & Puppet», ma anche a personaggi leggendari come Neal Cassady, ispiratore del Kerouac di On the road. Idilliaco il rapporto con la «famiglia Beatles» che ha venduto per dieci milioni di dollari il diritto a cantare i testi ma non a riprodurre le canzoni con le voci originali: «Ringo è stato il primo a vedere il film e gli è piaciuto. Stessa cosa con Yoko Ono e la moglie di Harrison. L'emozione più bella è però stata la proiezione accanto a Paul McCartney. Eravamo soli. Io ero impietrita dalla paura. Dopo pochi minuti ha iniziato a cantare sottovoce e allora ho capito che era fatta».