I benzinai annunciano 14 giorni di sciopero

Stazioni di servizio chiuse il 7 e 8 febbraio. Assopetroli: migliaia di posti a rischio. Anche parrucchieri e autoscuole sono pronti alla protesta

da Roma

Non siamo ancora allo sciopero della messa in piega. Ma se i parrucchieri, pur allarmati, temporeggiano, i benzinai passano subito all’azione: 14 giorni di serrata contro la «liberalizzazione» della vendita di carburante, che molti interpretano come l’ennesimo favore del governo Prodi alle coop. Il primo blocco dei rifornimenti è fissato per il 7 e l’8 febbraio: quarantott’ore senza benzina, autostrade comprese, in tutto il Paese tranne che in Sicilia dove lo sciopero scatta il 6, con una giornata di anticipo. La seconda tornata potrebbe arrivare fra il 25 febbraio e il 3 marzo.
Il pacchetto Bersani prevede, oltre a misure immediate sulla pubblicità dei prezzi, la possibilità per i supermercati di vendere benzina. Inoltre, viene eliminata l’attuale distanza minima fra un distributore e l’altro. Misure che per i gestori hanno un preciso significato: sacrificare i piccoli impianti a favore della grande distribuzione organizzata. «L’effetto che verrà ottenuto nel medio periodo - affermano le associazioni di settore - è di consegnare il mercato e i consumatori a un monopolio perfetto, composto dai giganti del petrolio e dalla grande distribuzione». Per l’Assopetroli, che rappresenta i titolari del 40% degli impianti, le norme approvate dal governo «metteranno a rischio migliaia di posti di lavoro». Per non parlare poi del «rischio desertificazione» degli impianti, come è già successo in molti Paesi europei: per risparmiare in teoria qualche centesimo gli automobilisti sono costretti a fare decine di chilometri per rifornirsi, spendendo e inquinando. I gestori ricordano infine che il 65% del prezzo di un litro di benzina è fatto di tasse, fra Iva e accisa.
Pierluigi Bersani è pronto al confronto con le categorie. «Sono figlio di benzinaio, non ho problemi a parlare coi gestori», dice il ministro dello Sviluppo economico. Dovrà prepararsi a discutere con molte categorie. Per il momento eviterà gli edicolanti, visto che la norma sulla liberalizzazione della vendita dei giornali è stata tolta dal decreto e rinviata al ddl di riforma dell’editoria. Però, i centomila parrucchieri del Paese sono pronti alla protesta se l’apertura del lunedì significherà la rinuncia coatta al riposo settimanale: «Se così fosse - dice la Federacconciatori - siamo pronti alla mobilitazione. La chiusura del lunedì, del resto, era da molti anni liberalizzata». Gli assicuratori accusano il governo di «dirigismo e demagogia», così come i titolari di autoscuole. La Confcommercio chiede l’immediata apertura di un tavolo di confronto «per correggere - spiega il presidente Carlo Sangalli - le storture del ddl sulle liberalizzazioni. La lenzuolata di liberalizzazioni - aggiunge - si è tradotta in scampoli mal riusciti». Replica Bersani: «Di queste lenzuolate ne farei una all’anno».
Le critiche alla «lenzuolata» non arrivano solo dalle associazioni delle categorie colpite. È polemico il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, che invita il governo a evitare «interventi fatti a dispetto di tutti». Inoltre, Bonanni si chiede quando Prodi affronterà le liberalizzazioni vere. «Non avranno il coraggio di toccare i veri poteri», commenta Giulio Tremonti. Il premier chiede la collaborazione dell’opposizione per approvare i provvedimenti, ma il centrodestra accusa il governo di perseguire «la deregulation a danno dei deboli» e di favorire le coop. «È una operazione demagogica, concepita per distrarre gli italiani dall’aumento delle tasse», accusa Maurizio Sacconi (Forza Italia). E non servirà alla crescita economica. Lo stesso Tommaso Padoa-Schioppa non sa fare previsioni: «Nel lungo tempo, il pacchetto di liberalizzazioni porterà maggiore crescita, ma l’impatto in termini numerici - ammette - è difficile da quantificare».