I «Berliner», dodici violoncelli agli Arcimboldi

Dice: «Ho deciso di prendere il nome del famoso tempio indiano perché credo nei sogni»

Dodici violoncelli ovvero un’orchestra nell’orchestra. E che orchestra: quella dei Berliner Philharmoniker, il gotha dei complessi, vissuti sotto il governo di Furtwängler, Karajan, Abbado ora Rattle. Fin dal 1975 il reparto dei violoncelli dei Berliner conduce anche una vita parallela a quella dell’orchestra sinfonica, un’esperienza fatta di concerti consumati in autonomia, fra una performance e l’altra nella Philharmonie di Berlino dove il primo ottobre festeggeranno i 35 anni di attività. Ora i dodici sono in Italia per un tour con tappa a Ravenna, Spoleto, Roma, e al via domani agli Arcimboli (ore 21). Una serata, nel cartellone di Milanesiana, intitolata «The dance of the world», aperta da una prolusione di Umberto Eco che leggerà un testo centrato sui concetti di Assoluto e Relativo.
I Berliner vengono colti come incarnazione dell’assoluto musicale, sebbene proprio in musica il concetto di assoluto tenda a rovesciarsi nell’opposto (che dire dei violoncelli dei Wiener tanto per fare un esempio?)
Il programma è un’esplorazione della cultura della danza nel mondo. I Dodici propongono schegge musicali che occupano la media di cinque minuti, per cui si passa dai colori brasiliani (Villa-Lobos), all’erotismo del tango argentino (Piazzolla), dal valzer visto con occhi russi (Sostakovic), ai sapori di Spagna (Blacher). Un complesso compatto, quello dei violoncelli berlinesi, naturale frutto dello spirito collettivo così nelle corde dell’animo tedesco. Allo stesso tempo, i Berliner amano scherzare sulle loro dodici diverse personalità. Così Jan Diesselhorst rappresenta l’umanista del gruppo, quello che si intrattiene con tomi di filosofia. Così come Richard Duven, il serioso, sorveglia la situazione affinché momenti di ilarità non degenerino. Georg Faust è l’emotivo e Christoph Igelbrinck il commediante, profondo conoscitore dei dialetti tedeschi: che impiega per alimentare battute e giochi di parole. Dicono abbia un talento speciale nell’imitare i colleghi. Martin Löhr è la spina dorsale del gruppo: è lui a dare lo sprono ritmico. Olaf Maninger è l’uomo d’affari, gioca a golf, è elegante e pacato. È il pr del complesso, se non avesse scelto la strada della musica sarebbe entrato nel mondo della comunicazione, assicurano i colleghi. Martin Menking è il manager, Ludwig Quandt è il collega ideale, altruista e rispettoso. David Riniker è di svizzera precisione e affidabilità. Nikolaus Römisch è il Berlinese, l’unico del complesso ad esser nato nella capitale tedesca. Dietmar Schwalke è il quieto e Solène Kermarrec l’unica a rappresentare il gentil sesso. Knut Weber è l’austriaco di buon umore, considerato il bello della situazione: secondo noi, dopo Maninger, a proposito di Relativo.
The dance of the world
Berliner Philharmoniker
domani ore 21
teatro degli Arcimboldi