I bimbi in corteo: ma che gioco è?

«Non insegnate ai bambini la vostra morale», cantava Giorgio Gaber. Perché comunque non è la loro. Non fatene sostenitori di una qualunque causa, fosse pure la migliore del mondo - potremmo aggiungere - fosse pure la causa dei loro diritti. Occupiamocene noi adulti, scendiamo in piazza noi.
Sono le riflessioni che suscitano le immagini della «Marcia dei Diritti» organizzata ieri dal Comitato di Milano per l’Unicef e da Arciragazzi, per celebrare l’anniversario della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Al corteo partito dai Giardini Montanelli per concludersi in piazza della Scala - dicono gli organizzatori - hanno risposto oltre un migliaio di bambini e ragazzi delle scuole. Il vicesindaco, Maria Grazia Guida, li ha accolti constatando che «in queste giovani generazioni», «ogni giorno una consapevolezza sempre maggiore sui loro diritti e sulle opportunità per migliorare insieme Milano». Guardiamo le foto della marcia, certamente colorata e festosa, e accompagnata dai «nonni» del sindacato Cgil Pensionati italiani, con le loro pettorine rosse e bianche, al lato del corteo. Guardiamo i cartelli issati a braccia o attaccati al collo dei bambini. E i palloncini. Sappiamo che gli organizzatori sono provvisti di tutti gli argomenti del mondo, per dimostrare la partecipazione attiva, la consapevolezza, il carattere leggero e giocoso con cui i bambini si sono avvicinati al tema e al lavoro sui loro diritti. Sappiamo che l’evento, alla sua dodicesima edizione, voleva - come obiettivo prioritario, sicuramente sacrosanto - ribadire «la necessità e l’urgenza di porre al centro dell’attenzione i diritti di tutti i bambini, soprattutto quelli più vulnerabili a cui troppo spesso sono negati i diritti riconosciuti dall’ordinamento giuridico italiano». E ciò nonostante non possiamo non chiederci (e chiedere al vicesindaco e agli organizzatori): i bambini devono «migliorare Milano»? Devono «cambiare le cose»? Devono «promuovere i diritti»?
Altra scena, altre piazze: la storia italiana è piena di piccoli grandi aneddoti sui piccoli-grandi politici. Si dice che il «migliore», Palmiro Togliatti, fosse rimasto estasiato di fronte all’impeccabile comizio di un precocissimo «pioniere d’Italia», Massimo D’Alema, tanto da esclamare ai compagni che gli sedevano vicini: «Questo non è un bambino, è un nano!». Si potrebbe scomodare l’uso, anche «coreografico» che dei piccoli hanno fatto regimi e partiti politici di ogni tipo e colore. Giù giù fino all’arringa antiberlusconiana pronunciata da un ragazzino, proprio in un palazzetto di Milano, davanti a una platea radunatasi con Umberto Eco e Roberto Saviano per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. E altri bambini abbiamo visto in altre piazze, altre giornate, altre manifestazioni. Diverse una dall’altra, diversissime da quelle di ieri. Ma resta il dubbio: i bambini nella piazza devono «manifestare» qualcosa? Devono rappresentare qualcosa di diverso dalla loro voglia di giocare, esserci e stare insieme?