I black bloc fanno più danni dell’effetto serra

La polizia danese ha fermato più di 400 persone durante la manifestazione no global e ambientalista di ieri pomeriggio a Copenaghen a margine del vertice internazionale sui cambiamenti climatici. Trentamila (ottantamila secondo gli organizzatori) i dimostranti che hanno sfilato nel gelo dell’inverno scandinavo in un’atmosfera che si potrebbe definire carnevalesca, nel corso della quale sono stati gridati slogan per chiedere ai politici prese d’impegno vincolanti e ambiziose. Lo spirito «antagonista» del corteo è ben riassunto dalle parole dell’eurodeputato francese José Bové: «Oggi non c’è differenza tra la lotta contro il surriscaldamento globale e quella per un mondo diverso».
Ma in fondo al corteo, secondo un copione ormai collaudato, c’erano però diverse centinaia di persone (per esempio il gruppo anarchico «Never trust a cop», ovvero «Mai fidarsi di un poliziotto») che erano interessate a trasformare la dimostrazione in qualcosa di diverso: la solita guerriglia urbana «anticapitalista». Per fronteggiarli il governo di Copenaghen aveva messo in strada settemila poliziotti.
La lunga fila di manifestanti aveva da poco cominciato a muoversi in direzione del Bella Center, che ospita i lavori del vertice, quando i facinorosi di estrema sinistra hanno cominciato a compiere atti di violenza. Bersagli preferiti? Quelli di sempre: le vetrine dei negozi, le sedi delle banche, gli odiatissimi McDonald’s, ma anche la sede del ministero degli Esteri danese.
La polizia, che aveva preannunciato un atteggiamento di tolleranza zero verso qualsiasi tipo di disordine, ha avuto il suo daffare per contenere i violenti. Decine di agenti hanno formato un fitto cordone con i furgoni della polizia per impedire che i cosiddetti black bloc, gli estremisti più violenti, dopo aver lanciato pietre e bottiglie molotov lungo il percorso del corteo, attaccassero il ministero degli Esteri. I poliziotti hanno intimato a tutti di sedersi in terra e di mantenere l’ordine, ottenendo sostanzialmente il risultato voluto. Alla fine solo un poliziotto è rimasto ferito da una pietra, mentre un black bloc è stato portato a farsi medicare dopo che un petardo che stava cercando di fare esplodere gli è scoppiato in mano.
Verso le cinque e mezza, dopo tre ore di marcia, la testa del corteo è arrivata al Bella Center, dove ha trovato un nutrito schieramento di polizia e solide barricate metalliche posizionate per impedire ai manifestanti di superare il limite consentito. Ma nonostante la pressione delle migliaia di persone che continuavano a sopraggiungere, non si sono registrate violenze: evidentemente le centinaia di arresti effettuati in fondo al corteo avevano risolto il problema.
Il governo danese ha affrontato in anticipo i rischi per l’ordine pubblico connessi col vertice sul clima. Si è voluto assolutamente evitare che qui si ripetessero i gravi disordini accaduti due anni fa al G8 di Rostock, in Germania. Per garantire la sicurezza sono stati spesi 122 milioni di euro. I settemila agenti schierati a protezione di Copenaghen provengono da tutta la Danimarca e sono stati addestrati per un anno. Svezia e Germania hanno fornito cannoni ad acqua e cani anti-bomba. Soprattutto, due settimane fa sono state varate delle severe norme ad hoc: i manifestanti più violenti e quelli responsabili di azioni di «disobbedienza civile» devono rimanere in un carcere provvisorio per un minimo di 12 ore, in attesa del processo per direttissima; ma se qualcuno viene colto a «intralciare le forze dell’ordine» può finire in cella fino a 40 giorni.
Per questo è stato allestito, in una ex fabbrica di birra alla periferia della capitale, un carcere con 36 celle in acciaio da due metri per tre, in grado di accogliere fino a 350 persone. È qui che sono finiti molti degli arrestati di ieri, ma anche diversi del giorno prima, tra cui il nipote del sindaco di Venezia, Tommaso Cacciari, poi rilasciato con tante scuse dopo una notte trascorsa in guardina.
Ieri si sono tenute, in contemporanea con quella di Copenaghen, manifestazioni ambientaliste in decine di altre città di tutto il mondo. Solo in Australia, tra Canberra, Sydney e Melbourne, sarebbero scese in strada secondo gli organizzatori 50mila persone. E anche in Italia migliaia di persone hanno partecipato in decine di città a happening organizzati da «100 piazze per il clima».