I BLUES BROTHERS al Blue Note ricordando Belushi

Il chitarrista Stephen Cropper guida la band famosa per il film del 1979

Antonio Lodetti

Inossidabile e scatenata come sempre, la Blues Brothers Band, da quando si è ricostituita nel 1988 per portare in giro il messaggio scapestrato e colorito del blues, non s’è mai più fermata e torna stasera a Milano con sei concerti - due per sera - fino a giovedì al Blue Note.
Agli spettatori comuni mancherà la spettacolarità di John Belushi e Dan Aykroyd, ma per i veri fan del blues il punto di forza di questo gruppo è Steve «The Colonel» Cropper, straordinario chitarrista della gloriosa band Booker T & the MG’S e coautore di straordinarie ballate come Sitting On the Dock of the Bay insieme a Otis Redding (un superclassico del soul che con quegli effetti speciali che riprendono il grido dei gabbiani e l’infrangersi delle onde esalta anche la fantasia di produttore di Cropper, che curerà anche altri brani di Redding come Pain In My Heart).
Cropper ha inciso con Wilson Pickett e con tutti i grandi e, in un recente sondaggio, si è piazzato al secondo posto tra i migliori chitarristi di sempre dopo Jimi Hendrix.
Il suo stile è garanzia di ritmo, fantasia, gusto, eleganza ed essenzialità. Al suo fianco non ci sarà lo storico bassista di Booker T. (e del film Blues Brothers) Donald Duck Dunn sostituito da Eric Udel. Gli altri sono il chitarrista John Tropea (manca il grande di Chicago Matt Guitar Murphy), il tastierista Leon Pendarvis, Lee Finkelstein dietro ai tamburi e i fiati di Lou Marini, Alan Rubin, Larry Farrell.
Al canto c’è Robert Paparozzi ma soprattutto il settantenne Eddie Floyd, autore di due classici del soul di Memphis come Knock On Wood e Raise Your Hand (oltre che autore per Pickett, Redding e Solomon Burke e membro del gruppo vocale Falcons).
Non pensate al film, è tutta un’altra cosa. Un piccolo capolavoro girato nel 1979 da John Landis quando imperava la scatenata disco dei Bee Gees e company. In quella pellicola c’erano John Lee Hooker, James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin, il pianista Pinetop Perkins. «Quando penso al blues penso alla gioia espolsiva e sensuale che c’è in questa musica», diceva Landis. Ed è proprio il lato ludico del blues che emerge imperiosamente dalle performance dei Blues Brothers.
Il blues non è solo dolore, voglia di ribellione e di riscatto, espressione di malessere e di sofferenza. È anche un modo di festeggiare - ai tempi del country blues le feste campestri del sabato sera e quelle nei locali barrelhouse - e di dimenticare la dura realtà.
Cropper, Floyd e soci lo fanno con il calore di brani senza tempo - grazie a loro diventati familiari a miliardi di persone - come Everybody Needs Somebody, Soul Man, Minnie the Moocher di Cab Calloway o Sweet Home Chicago, negli anni Trenta dolente inno per chitarra e voce del «satanico» Robert Johnson e oggi inno festoso per eccellenza. Anche così il blues si evolve. Se in meglio o in peggio è un altro discorso.
Blues Brothers Band, Blue Note, via Borsieri 37, info 899700022, da stasera al 14, ore 21 e 23.30, ingresso 55 euro