I «boia chi molla» di Reggio Calabria? Stranieri in patria

La mattina del 18 febbraio del 1971 una colonna di carri armati e mezzi blindati entrava nel quartiere Santa Caterina di Reggio Calabria. La scena evocava l’invasione sovietica di Praga o i golpe sudamericani. È l’atto finale della cosiddetta «rivolta di Reggio Calabria», la sommossa popolare iniziata il 14 luglio del 1970, l’unica vera rivolta popolare della storia dell’Italia repubblicana. Sette mesi in cui la città calabrese era stata teatro quotidiano di scontri, barricate, bombe, tritolo, incendi e attentati. L’Italia di quegli anni ha già conosciuto la tragedia di piazza Fontana, a Milano, ma non è ancora entrata nel tunnel degli «anni di piombo».
A scatenare Reggio in quella che verrà definita «la rivolta dei boia chi molla» è la decisione presa a Roma di assegnare a Catanzaro il titolo di capoluogo regionale, uno schiaffo per i reggini i quali, non senza fondati motivi storici e geografici, ritengono la propria città la più rappresentativa e attrezzata della Regione. La città sullo Stretto paga lo scarso peso politico fra le correnti democristiane e socialiste che si dividono gli strapuntini del potere. Uno scippo, anche perché sin dalla nascita dello Stato unitario tutti i documenti ufficiali indicano Reggio Calabria quale capoluogo. La questione del capoluogo non era solo «pennacchio», come scrissero in molti, perché in un Sud che viveva di burocrazia amministrativa il ruolo di capoluogo significava convenienze economiche e posti di lavoro. «Una sollevazione popolare urbana, lunga e drammatica», la definisce Domenico Nunnari che ai fatti di Reggio ha dedicato da tempo accurati studi raccolti nel volume La lunga notte della rivolta (Laruffa editore, pagg. 168, euro 23). «La rivolta, somiglia ad un’enclave, straniera in patria, incompresa e abbandonata, in un isolamento deprimente e insostenibile». Significativa è la ricostruzione che Nunnari offre dell’atteggiamento dei grandi giornali nazionali che all’inizio snobbarono i fatti di Reggio come una rivolta cialtronesca. Sarà l’intensità dei fatti, l’attenzione della stampa internazionale a far mandare a Reggio decine di inviati. L’escalation è rapida: «Dopo le prime vampate di guerriglia urbana, la protesta divenne inarrestabile. Si alzarono le barricate sulle strade, con calcinacci, carcasse d’auto e vecchi mobili. Per transitare da un quartiere all’altro bisognava valicare i “checkpoint”, punti di passaggio. I capi della rivolta chiedevano i documenti». Giovanni Spadolini, all’epoca direttore del Corriere della sera, scriveva: «C’è nella tragedia di Reggio, la protesta di una città che ha un reddito pro capite tra i più bassi della penisola, la dolorosa illusione di un antico centro glorioso che crede di trovare la sanatoria ai propri problemi di sviluppo economico nell’evasione spagnolesca di una capitale regionale».
Nelle prime battute la rivolta è spontanea, non ha connotati politici, viene prima snobbata e poi osteggiata dal Pci, il partito che pure, in quegli anni, in tutta Italia muove consistenti forze sociali. La rivolta sfugge agli schemi classici delle contestazioni studentesche e operaie mosse dalla sinistra. A cavalcarla è il Msi, partito che di lì a un anno avrebbe incassato una consistente vittoria elettorale e che al Sud disponeva di un forte radicamento urbano e sottoproletario. In poche settimane il sindacalista Cisnal Ciccio Franco assume la leadership dell’insurrezione, e Adriano Sofri è costretto a definirlo come un efficace capopopolo, colui che fa adottare il motto degli arditi della Prima guerra mondiale «boia chi molla». Per settimane Reggio è controllata dai rivoltosi che quasi si danno una forma di autogoverno. Si spegnerà dopo dure lotte, con un triste bilancio di vittime, per effetto di interventi pesanti delle forze dell’ordine e per il varo del cosiddetto «pacchetto Colombo»: una serie di misure compensative, peraltro mai veramente attuate. Come molte pagine della storia d’Italia, questo episodio è stato per decenni derubricato a rivolta fascista, a una vicenda di cronaca. Solo da qualche anno la sinistra intellettuale che in questo Paese si ritiene depositaria della verità ha cominciato ad ammettere i suoi errori.