I bonzi della Cgil

Almeno Sergio Cofferati quando dichiarò guerra al governo Berlusconi dopo il voto del 2001, aveva un solido pretesto: lo scontro sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, quello che sancisce la rigida illicenziabilità dei dipendenti. Guglielmo Epifani è costretto, invece, a mettersi l’elmetto contro il Berlusconi 2008, partendo da provvedimenti che al contrario «danno» a settori dei lavoratori che la Cgil rappresenta: così con l'ampia detassazione di straordinari e premi, così con l'abolizione dell’Ici.
«Non siamo d’accordo con le priorità», dice il segretario Cgil. «La detassazione degli straordinari non ha funzionato in Francia», aggiunge. Argomenti insensati. E che fanno inquietare lavoratori padroni di casa (l’82 per cento delle famiglie italiane possiede un appartamento) e che lavorando in piccole imprese (al contrario che in Francia) a basso tasso di produttività vedono aprirsi praterie salariali. E poi ci si chiede perché dalle fabbriche viene un voto così forte al centrodestra.
Ma Epifani è costretto a lanciarsi nella battaglia: tutto quello che i lavoratori guadagnano deve essere trattato da lui, le priorità devono avere una logica di «classe» e tra queste non ci può essere una cosa così borghese come la proprietà della casa. Non si tratta dello sbandamento di un sindacalista pur fragile, è in ballo la difesa del ruolo storico della Cgil che ha un senso in quanto confederazione così pesantemente centralistica non tanto perché difende gli interessi dei rappresentati, quanto perché dà loro il senso di appartenenza a una classe, a un settore della società contrapposto all’altro (la borghesia). E se si inizia ad ammettere che il lavoratore si può portare a casa una bella fetta di reddito in un rapporto aziendale diretto (vedi straordinari) o a riconoscergli la proprietà della casa come interesse decisivo, non è sconfitta solo una politica, crolla la filosofia centrale del sindacato di classe.
In questi giorni si assiste alla scomparsa dal Parlamento delle forze antagonistiche al sistema capitalistico. Non della sinistra (che il Pd con un’ampia fetta postcomunista, ha ancora il suo bel peso) ma di quelli che volevano superare il «sistema». Un tempo tra Pci e larghe fette del Psi, queste forze pesavano molto sulla politica italiana.
Ora pare di intravedere anche il tramonto del sindacalismo di classe, quello che non rappresenta solo interessi ma anche la «coscienza» complessiva. Si sentono già strilli per questa possibile scomparsa. Ma, come, poi i lavoratori si rappresenteranno in mille modi: nelle comunità locali, in quelle religiose, non più solo nell’«organizzazione di classe». In realtà quella che si avvicina è la possibilità di chi vive del proprio lavoro (che spesso per esempio nel Nord Est finisce per fare l’imprenditore) di essere non un proletario cioè un senza diritti, ma un cittadino, un consumatore, un proprietario di casa, un protagonista della comunità che non delega alle organizzazioni di classe la sua vita, che utilizza il sindacato come strumento di difesa professionale non come una setta ideologica. Una prospettiva di libertà. Un dramma disperante per i bonzi di una Cgil che dovrà completamente ripensare se stessa.
Lodovico Festa