I Bot battono i fondi: in fumo 130 miliardi

Negli ultimi dieci anni le famiglie italiane avrebbero potuto mettere in tasca 90 miliardi di euro che invece sono stati dilapidati. La responsabile è un’industria del risparmino gestito che propone, perdipiù a costi salati, prodotti sovente incapaci di battere anche il porto sicuro dei Bot. A bastonare i «signori» dei fondi di investimento è, come ogni estate, l’ufficio studi di Mediobanca secondo cui, una volta considerata la differente componente di rischio, lievita a 130 miliardi la distruzione di valore provocata dai fondi rispetto a quanto sarebbe stato possibile spremere dai Bot a 12 mesi dal 2000 al 2010.
Trattandosi di una media, lo studio abbraccia 1.003 prodotti di diritto italiano (pari al 94% del patrimonio), non è possibile estrapolare i casi virtuosi e la maggiore efficacia dimostrata dalle reti di promotori, ma il «calderone» nel 2010 ha avuto un rendimento medio del 2,4%, a fronte di un utile aggregato più che dimezzato a 5,5 miliardi (su un patrimonio iniziale di 238 miliardi) e anche nei primi sei mesi di quest’anno le performance appaiono sostanzialmente nulle. A peggiorare il risultato contribuisce il peso obbligazionario, ma anche i fondi azionari, tra quelli potenzialmente a maggior valore aggiunto, lo scorso anno hanno strappato solo il 10%, quando le Borse mondiali hanno guadagnato, inclusi i dividendi, il 20,5% (indice Msci world). Senza contare la Caporetto dei fondi pensione rispetto alla «vecchia» liquidazione: dal 2000 quelli negoziali hanno offerto un rendimento del 14% contro il 30,1% del Tfr e quelli aperti del 2,4%, recuperando di misura i livelli del 2007. Non solo il risparmio gestito nazionale, lontano dall’essere un traino per l’economia del Paese, continua a dimagrire a causa dell’emorragia dei riscatti, tanto che il patrimonio è piombato ai minimi dal ’98 e l’industria vale ormai l’11% del Pil contro il 42% del ’99, a dispetto di quanto avviene in Europa dove l’incidenza è salita dal 48% al 65 per cento. A traslocare il denaro all’estero sono gli stessi italiani promuovendo i prodotti cosiddetti «roundtrip» (2,4 miliardi la raccolta a metà 2011) per sfruttare regimi fiscali di favore per esempio in Lussemburgo, resta però ora da vedere se cambierà la situazione dopo l’intervento legislativo che ha spostato la tassazione al momento del realizzo, parificando la situazione della Penisola a quanto avviene oltre frontiera. Molto, tuttavia, è finito in prodotti come le obbligazioni strutturate, più redditizie per le banche venditrici. I gestori italiani continuano poi a ruotare il portafoglio più velocemente di quanto non facciano i colleghi internazionali (8 mesi e mezzo contro i due anni dei fondi Usa), instillando il dubbio di sbagliare l’obiettivo su cui investono. Questo, notano in Mediobanca con una punta di veleno- alimenta le commissioni e quindi i costi per i sottoscrittori. Un esempio per tutti: gli azionari italiani presentano in media oneri pari al 2,5%, contro lo 0,95% di quelli americani.