I buchi neri della strage di Bologna

Non crede lei, caro Granzotto, che a seguito di quanto ora potuto rivelare dall’ex presidente Cossiga sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 sia necessaria una pronta revisione di quel processo che portò alla condanna e all’ergastolo di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti?
Il senatore a vita Cossiga afferma di essere riuscito ora ad avere la sicurezza che una certa pista fu nascosta e accusa alcuni dirigenti del Sismi dell’epoca di avere depistato le indagini verso gli ambienti dell’«eversione di destra».
La revisione del processo dovrebbe portare non solo alla cancellazione di detta condanna all’ergastolo, ma anche alla cancellazione della paroloa fascista che ancora oggi si legge sulla lapide posta alla stazione di Bologna. A leggere la quale si recano ogni 2 agosto migliaia di persone con a capo il sindaco della città per sempre riprovare e maledire «l’azione sacrilega e nefanda compiuta da fascisti».
Se ben ricordo anche Andreotti propose anni fa la cancellazione da quella lapide della parola «fascista».



Esattamente due anni or sono, Paolo Bolognesi, presidente della Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, pronunciò queste parole: «In una recente intervista televisiva a proposito di quegli anni il Senatore Francesco Cossiga ha detto: «Vi sono sempre delle cose, delle verità, che è meglio che in certi momenti non si sappiano. (…) Al Senatore Cossiga rivolgiamo un appello: riveli finalmente quelle cose e verità di cui finora non ha voluto parlare». Ora che verità e cose sono rivelate, Bolognesi risponde: «Quella di Cossiga è un’enorme panzana». Il drastico giudizio vuol significare semplicemente questo: la verità sulla strage è tale solo se coincide con la verità di Bolognesi. Il quale, evidentemente, ne è il depositario: sono stati i «fascisti», punto e basta. La sinistra ci ha talmente abituato ai suoi dogmi sublimati nella pratica della togliattiana «doppia verità» d’averci fatto il callo. Si dirà che quello sugli autori della strage di Bologna è un dogma avvalorato da una sentenza del Tribunale e dalla condanna di Mambro e Fioravanti. Giusto. Ma con tutto il rispetto, non sarebbe certo la prima volta che la revisione d’un processo si conclude con altra sentenza e quindi altra verità.
La ricostruzione dei fatti rivelata da Francesco Cossiga potrà magari essere davvero una panzana, tuttavia varrebbe la pena sottoporla a verifica. Ciò che la rende interessante è il contesto, torbido sì, ma con un poco di buona volontà non indecifrabile. Un contesto dove si muovono il compagno Daniele Epifanio; un camion che trasportava due missili terra-aria di provenienza mediorientale; il colonnello Giovannone, l’uomo che teneva per Aldo Moro i (buoni) rapporti coi palestinesi; la distruzione, da parte dei servizi israeliani, dell’aereo Argo 16 in dotazione al Sid, Servizio informazione della Difesa; la «fuga agevolata» di cinque terroristi palestinesi arrestati mentre tentavano di abbattere con un missile un jumbo israeliano in partenza da Fiumicino; l’attività e le dichiarazioni di Carlos, il superterrorista ricercato dalle polizie di mezzo mondo; un misterioso bombarolo diciamo così extracomunitario che quel 2 agosto dell’80 era in fuga sul treno che poi verrà sventrato dalle bombe. Tutte cose, e altre ancora coperte dal segreto di Stato, che inducono a concludere che sulla strage di Bologna altre possono essere le verità: o un atto di terrorismo arabo o l’accidentale deflagrazione di una o più valigie di esplosivo trasportate da palestinesi che si muovevano liberamente sentendosi garantiti dal così detto «accordo Moro» stipulato tra il braccio armato dell’Olp e il governo italiano al fine di tenere al riparo l’Italia dagli atti terroristici. Ma poiché se emergesse una di queste verità andrebbero rimosse dalla lapide posta sul muro della stazione di Bologna le parole «strage fascista», l’Associazione dei familiari delle vittime non vuole correr rischi. Per cui niente revisione, niente processi che non concludano che son stati loro, i «fascisti». Perché come ebbe a dire (a urlare) in Parlamento il Ragazzo rosso, Giancarlo Pajetta: «Fra la verità e la rivoluzione, scelgo la rivoluzione». Basta saperlo.
Paolo Granzotto