I buchi neri di una svendita che imbarazza Palazzo Chigi

Più Procure cercano di far luce sulla cessione del colosso delle telecomunicazioni alla tedesca Siemens. L’ombra di tangenti e di indebite pressioni da parte dell’ex presidente dell’Iri

«Mi sembra di essere come Ronaldo - si fa sfuggire un investigatore - davanti alla porta. Serve solo la palla goal». Oggi l’inchiesta della Procura di Bolzano per corruzione e concussione sulla fusione Italtel-Siemens Telecomunicazioni Spa, siglata con l’accordo del 12 maggio 1994 e perfezionata nel 1997, rischia di imbarazzare palazzo Chigi. I motivi sono diversi. Da una parte abbiamo i magistrati altoatesini. Dal 2004 cercano i beneficiari delle tangenti pagate a personaggi italiani da Siemens per entrare in Italtel. E trovano progressivi riscontri. Di passaggi di denaro. Come i 9,7 milioni di marchi pagati in nero con artificiosi giri nei paradisi fiscali da Siemens nel 1995 all’ex direttore generale dell’azienda telefonica di Stato, Giuseppe Parrella per i suoi interventi di «raccordo» con i manager di Stet che controllava Italtel. E indizi rilevanti come il fatto che Siemens scelse proprio Parrella per gestire questi raccordi, incurante del fatto che lo stesso fosse uscito da poco dal carcere con l’accusa di aver pagato tangenti. Nel frattempo sempre i Pm hanno scoperto che la dirigenza sia di Stet sia dell’Iri era perfettamente a conoscenza dell’operazione. Del tentativo di Siemens di scalzare Ericsson, At&t e Alcatel per imporsi e conquistare il gioiello delle telecomunicazioni. Quando nell’estate scorsa e poi in autunno i magistrati di Bolzano hanno perquisito gli uffici di Siemens in Germania, hanno prelevato faldoni di lettere, appunti, dove il nome dell’allora presidente dell’Iri, Romano Prodi, compare. Come destinatario di lettere dell’allora padre padrone del colosso tedesco Heinrich von Pierer. Oppure Prodi indicato come proprio «senior advisor» dal capo di Goldman Sachs di Francoforte, Walter Arthrur, a Moser, capo fusioni e acquisizioni di Siemens. Segnalazione in una lettera «highly confidential» del 3 febbraio 1993 nella quale il capo di Goldman Sachs articola il curriculum di Prodi e sottolinea che «sarebbe di grande apprezzamento l’opportunità di presentargli i suoi colleghi italiani ed esperti industriali e discutere le alternative concernenti Italtel». Tre mesi dopo, Prodi è presidente dell’Iri. Interrompe la consulenza con Goldman Sachs, rinuncia ai 40-50 milioni al mese che incassava dalla banca d’affari, comprensivi del super bonus ricevuto per l’ottimo lavoro svolto nei primi mesi del 1993. In autunno Siemens liquida gli esperti di Schroeders preferendo Goldman Sachs come advisor per Italtel. Ancora sei mesi e viene siglato l’accordo. Von Pierer ad aprile ringrazia per l’appoggio il cancelliere Helmut Kohl, un dettaglio che evidenzia la dimensione politica dell’affare. Un mese dopo riprende carta e penna scrive a Prodi per invitarlo con moglie a Monaco. Si ritroverà la bozza della missiva che ora Prodi smentisce di aver ricevuto. Un rapporto riservato Siemens risale invece al 17 giugno del 1994 nel quale si mostra sollievo per aver conquistato Italtel perché Silvio Berlusconi «a palazzo Chigi (c’erano state le elezioni politiche ad aprile, ndr) e Mediobanca vogliono rimuovere Prodi dall’Iri». Un’ipotesi che se si fosse realizzata «avrebbe consentito agli altri offerenti di migliorare l’offerta».
Man mano che i magistrati scavano scoprono fatti curiosi. Come un altro bonifico da 10 milioni (come già riportato il 9 maggio da Il Giornale) che dai fondi neri Siemens arriva a Goldman Sachs nel 1997 per essere cambiato in yen su Londra e trasferito a Tokio via Francoforte. Interrogato a Bolzano sulla vicenda, il capo ufficio legale della Goldman si spiega sostenendo di aver gestito soldi di altri. Chi? Mistero.
Di fronte a questo quadro la Procura non iscrive Prodi nel registro degli indagati ma manda le Fiamme Gialle dal suo commercialista, Piero Gnudi, per sequestrare tutte le fatture emesse dalla società del professore, l’Ase srl di Bologna, e pagate all’estero da Goldman Sachs. Goldman Sachs affidò consulenze a Prodi tra il 1993 e il 1994 per 1,6 miliardi di vecchie lire che salgono a 2,6 tra il ’90 e ’95. Nel frattempo delega la Guardia di Finanza ad analisi tributarie sulle compravendite immobiliari dei coniugi Prodi. Rischiando un cortocircuito.
Già, perché gli accessi all’anagrafe tributaria compiuti sul professore finiscono nel dossier che Vincenzo Visco dà allo stesso Prodi e deposita alla Procura di Milano il 27 settembre del 2006 contenente le 127 password degli autori delle presunte «spiate» su Prodi. Si scoprirà presto che quegli accessi o erano compiuti da impiegati delle entrate vittime di voyeurismo fiscale. Oppure erano legittimi, come appunto quelli di Bolzano.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it