I calcoli sbagliati del governo Prodi

Dunque, secondo Prodi, il 2007 sarà l’anno delle riforme economiche. Lo ha detto giorni fa al Tg1, aggiungendo che egli governa «per cambiare il Paese». S’è ben guardato finora, però, di dire quali saranno queste riforme e quindi come intende cambiare il Paese, che è anche il nostro e perciò avremmo il diritto di saperlo.
C’è «un po’ di arroganza» - non siamo noi a dirlo, ma Valentino Parlato sul Manifesto di domenica scorsa - in questo atteggiamento del presidente del Consiglio. E lo conferma sull’Espresso Massimo Riva, che scrive: «Romano Prodi non può continuare a ripetere il ritornello secondo cui ci vorrà un po’ di tempo, ma poi il Paese capirà che il governo sta agendo per il meglio e per il bene di tutti». Cito due colleghi notoriamente di sinistra, che stimo pur essendone distante per cultura e posizione politica. E lo faccio perché il lettore non abbia dubbi sulla mia serenità di giudizio. È da anni che scrivo e non intendo certo disperdere quel poco di credibilità che mi si accredita.
Sì, vediamo un po’ di capire, se ci riesce, come il governo Prodi potrebbe cambiare questo nostro Paese. La Finanziaria appena approvata fortunosamente dalle Camere non aiuta certo a capirlo, essendone venuta una legge che persino il capo dello Stato ha giudicato pessima, così pasticciata e assurda da non ripetere più. Confindustria l’ha bocciata considerandola addirittura eccessiva. Da notare che il suo presidente, Montezemolo, era sembrato fino a qualche mese fa in sintonia con Prodi. È stato messo in riga, si direbbe, dal suo Centro studi, che non ha potuto fare a meno di annotare che la manovra di Prodi e Padoa-Schioppa «non è stata costituita in direzione della crescita».
Più esplicito è stato il giovane Andrea Pininfarina, vicepresidente di Confindustria, che in una intervista ha osservato che «quello che serve al Paese è un vero e proprio cambio culturale, un nuovo approccio mentale», aggiungendo che «si tratta di lavorare per far crescere la dimensione delle imprese, per liberalizzare di più i mercati e di lavorare sulle infrastrutture».
Queste dichiarazioni hanno irritato molto il governo. Quelle di Napolitano hanno costretto Prodi a cavarsela promettendo una riforma prossima ventura della Finanziaria; quelle di Confindustria hanno adirato il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, che ha accusato il sindacato degli imprenditori di comportarsi come un partito. Una reazione, quest’ultima, davvero sorprendente in un tecnico con un passato in Banca d’Italia, Consob e Banca centrale europea, che lo aveva fatto considerare, prima d’essere chiamato al governo tutt’altro che dirigista (a proposito, signor ministro, mi permetto di rammentarle che sono in attesa della sua risposta a mie precedenti osservazioni, come mi aveva promesso venerdì 15 dicembre in un incontro casuale a Palazzo Madama).
Ma torniamo alle minacciate riforme economiche di Prodi. C’è da esserne preoccupati, considerando i soci che Prodi si ritrova al governo. Tra Rifondazione di Bertinotti e Giordano, i Comunisti italiani di Diliberto, i Verdi di Pecoraro Scanio, i Salvi e i Mussi dei Ds, qualche ex democristiano della Margherita con la nostalgia di Dossetti e La Pira (compreso lo stesso Prodi), non c’è certo da sperare in una «fase 2», come l’ha definita Rutelli, rassicurante. Il libero mercato, come è noto, non fa parte della cultura economica né della sinistra comunista o ex comunista, né della ex sinistra democristiana.
È esemplare a questo proposito una lettera che Einaudi, allora capo dello Stato (1950), inviò a La Pira (è nello «Scrittorio del Presidente»), che aveva pubblicato un articolo intitolato «Difesa della povera gente», nel quale il professore siciliano, che diceva di ispirarsi ai «santi padri», sosteneva tesi demagogiche e irragionevoli. Einaudi, in quella lettera, cercò di spiegare a La Pira le regole e la logica dell’economia. Una lezione impareggiabile: «Il ministro del Tesoro - scriveva - che non riflette alle conseguenze inesorabili di una sua condotta imprudente, non dà pane e cibo a nessuno, ma toglie pane, cibo e vesti e casa a coloro che hanno più bisogno».
Quanto c’è di liberale nell’attuale politica italiana? In questo momento proprio nulla. Di esempi se ne potrebbero citare molti (e lo faremo in una prossima occasione). Anche se, come scrive in un bell’articolo Dino Cofrancesco sul Riformista «oggi almeno l’ottanta per cento della sinistra si proclama liberale». Il che la dice lunga sulla confusione, l’ipocrisia e gli sbandamenti che caratterizzano l’Italia come il Paese più instabile dell’Occidente.