I calcoli sbagliati di Rudy lo "sceriffo"

A lungo è stato il numero uno nelle simpatie dei repubblicani. Ma ha finito per dimenticare che New York non è l’America

da Washington

È uscito ancor più in fretta di come era entrato. Si è arreso all’inevitabile, appena letti i numeri in cui credeva. Ce n’erano stati altri, prima, a far indicare a Rudy Giuliani la strada del declino e dell’abbandono, ma per lui non contavano: Iowa, New Hampshire, Michigan, South Carolina, Nevada. La vita, la corsa cominciava in Florida e si sarebbe dovuta concludere una settimana dopo in California e a New York. Rudy non aveva una strategia da maratona, solo quella di un blitz. E su quello ha puntato tutto. Credeva di poterselo permettere perché per lunghi mesi era stato lui il numero uno nelle simpatie dei repubblicani, nei sondaggi su scala nazionale. Disponeva inoltre di grosse somme di denaro e aveva deciso di investirle tutte dove c’erano più delegati. Invece quando il mercato ha cominciato a «chiamare», si è accorto che le sue azioni non valevano niente. E ha deciso subito, nel gergo della «sua» Wall Street di «cut the losses». E di investire quel poco che gli è rimasto in un «titolo» che considera sicuro: la candidatura dell’ex rivale John McCain.
Molti si chiedono, a questo punto, come abbia fatto Rudy Giuliani a «perdere una battaglia vinta». Dietro la sconfitta, che sembra ancor più grave perché fino a ieri l’altro inattesa, ci sono motivi dipendenti dal Fato e altri radicati in una «lettura» sbagliata dell’America 2008. Un paio di mesi fa il candidato repubblicano alla Casa Bianca dato per morto si chiamava John McCain, affondato nei sondaggi e a corto di mezzi al punto da licenziare metà del suo staff. La «resurrezione» dell’uno è stata parallela allo sgonfiamento dell’altro e se ne è nutrita. Fedele alla sua strategia del ko, Giuliani si è riposato nel suo angolo del ring; ma gli altri non lo hanno imitato: gli hanno rovesciato addosso, invece, una serie di attacchi e soprattutto di rivelazioni imbarazzanti sulla sua vita privata, in genere pettegolezzi sul fatto che ha avuto tre mogli e che a un tradizionale ballo in maschera si è travestito da travestito, ma spesso più sostanziosi riguardanti una certa sua disinvoltura negli affari, dalla fulminea carriera del suo autista a capo della polizia a discussi investimenti finanziari: l’ultimo una partecipazione azionaria a una ditta che dovrebbe costruire un «muro elettronico» alla frontiera col Messico: proprio la soluzione proposta dal candidato Giuliani per la lotta all’immigrazione clandestina. In carattere, del resto, con il personaggio in cui Rudy si è incarnato: lo «sceriffo d’America», continuatore dello sceriffo-sindaco che così innegabili successi ebbe a New York della guerra al crimine senza preoccuparsi troppo di forme e garanzie legali. Ma il mondo può essere sì più duro del Bronx, ma è anche più complicato di Manhattan e l’immagine dell’America richiede una superpotenza che assieme alle armi usi anche i principi e l’esempio.
Un McCain, insomma, che, critico di come era stata impostata la guerra in Irak, ripete che c’è un modo solo di concluderla, cioè la vittoria, ma che nello stesso tempo si impegna a cancellare dal blasone dell’America la macchia di Guantanamo e l’ombra della tortura legalizzata. Un eroe di guerra contro un poliziotto sbrigativo. Un uomo che la tortura l’ha subita e sa quanto ha giovato all’America nei secoli la sua inconcepibilità. La calma dei forti è quella che John McCain irradia, mentre Giuliani prometteva di far guerra all’Iran e respingeva ogni iniziativa diplomatica nel Medio Oriente. La corsa per la Casa Bianca passa evidentemente per la conquista dell’anima repubblicana e conservatrice. McCain ha saputo identificarvisi e da quel momento per Giuliani non c’è più stato posto.