Ma i camici bianchi sono scettici: «I serial lontani dalla realtà»

Altro che George Clooney. Per rintracciare un medico in versione tv che non faccia storcere il naso ai medici bisogna tornare ad Alberto Lupo che nello sceneggiato La Cittadella (1964) nei panni del dottor Manson curava con pochi mezzi gli abitanti di una zona mineraria inglese. Almeno secondo Mauro Martini, presidente del sindacato nazionale autonomo medici italiani (Snami) che di recente si è aggiunto al dibattito che punta il dito sulle fiction medico-ospedaliere straniere e non. «Pazienti con malattie rarissime e mortali strappati alla grande falce da acume scientifico e, non nascondiamolo, da esami supersofisticati vanno bene nei serial tv americani - ha detto -; la realtà di casa nostra è differente, così come è pretestuoso far vedere allo spettatore che tutte le malattie si possono risolvere». Se poi una serie racconta di malasanità come nel caso di Crimini bianchi le polemiche imperversano ancor prima della messa in onda, prevista per metà settembre. Già da febbraio scorso, infatti, circola sul web un appello che dice: «Carissimo amico, come avrai già notato, da diverso tempo una delle reti Mediaset sta conducendo un attacco ininterrotto al Servizio sanitario pubblico, diffondendo cifre e dati allarmistici sui cosiddetti errori medici, affidando a conduttori in cerca di facile consenso il compito di criminalizzare gli operatori sanitari, creando in definitiva un clima di paura e di sfiducia verso la sanità pubblica. Il tutto culminerà in una fiction su Canale 5 dal titolo eloquente Crimini bianchi». La mail si conclude con un invito: aggiungere il proprio nome alla lettera (che ne conta già parecchi) e farla girare. Il «la» l’ha dato, qualche settimana prima, la reazione ostile con cui Maurizio Maggiorotti, presidente di Amami, (l’associazione in difesa dei medici ingiustamente accusati) era stato accolto ospite negli studi di Buona domenica di Canale 5. \