I capelli di Schröder sono tabù

Un giudice proibisce insinuazioni sulla chioma «colorata» del Cancelliere

Salvo Mazzolini

da Berlino

Se Gerhard Schröder, Cancelliere tedesco uscente, fosse al posto di Berlusconi, molti giornalisti italiani sarebbero costretti a trascorrere gran parte del loro tempo in tribunale. Ma non quelli della Tv pubblica, ai quali sono impediti rapporti con i partiti e faziosità dichiarata.
Schröder, che in televisione è sempre sorridente e brillante, in realtà è un uomo molto suscettibile e dalla querela facile. Guai a fare indiscrezioni o battute sulla sua vita privata: mette subito di mezzo avvocati e magistrati.
Il massimo dell'intolleranza la dimostrò quando alcuni tabloid insinuarono che il Cancelliere di tanto in tanto si passava qualche pennellata di tintura per nascondere i capelli bianchi che affioravano nella sua chioma folta e apparentemente scurissima. Apriti cielo. Si rivolse al tribunale di Amburgo e ottenne una sentenza che vietava (e vieta tuttora) ai giornalisti di occuparsi dei capelli del Cancelliere.
E non si fermò lì. Poiché i tabloid inglesi continuavano a divertirsi con foto e particolari che mettevano in dubbio l'autenticità della sua chioma, Schröder cercò di bloccare anche loro. Ma non ci riuscì.
E non fu l'unica volta che il Cancelliere ricorse agli avvocati. L'operazione fu ripetuta in altre due occasioni. Quando la stampa insinuò che c'era del tenero tra Schröder e un’avvenente giornalista tv, Sandra Maischberger. E quando uscì un romanzetto dal titolo «Uccidi il Cancelliere». L'editore Betzel fece l'errore di mettere in copertina il volto di Schröder che subito ottenne il ritiro del libro dalla circolazione. Anche in quella occasione la reazione del Cancelliere fu ritenuta eccessiva: avrebbe potuto limitarsi a chiedere una diversa copertina.
Difficili sono anche i rapporti del leader della Spd con i giornalisti politici dichiaratamente critici nei suoi confronti. Per molto tempo si è rifiutato di dare interviste al Bild Zeitung, «colpevole» di essere in prima linea negli attacchi alla sua politica economica. Per non parlare del suo comportamento dopo le elezioni di settembre, allorché quasi tutte le testate lo sollecitavano a prendere atto della sconfitta e a non insistere nella sua pretesa di rimanere Cancelliere. Litigò in pubblico con alcuni giornalisti e per poco non diede uno spintone a un redattore di Der Spiegel.
Buoni sono invece i suoi rapporti con le due Tv pubbliche (Zdf e Ard). Ma qui il gioco è facile. Lì ci sono regole di ferro che obbligano i giornalisti all'imparzialità e prevedono sanzioni per chi sgarra. Fritz Pleitgen, a lungo presidente dell’Ard, così definisce il concetto di imparzialità: «Diamo il massimo delle notizie, anche quelle più sgradite ai politici ma facciamo attenzione a non apparire schierati e a evitare la faziosità che è invece il piatto forte, e spesso gustoso, delle Tv private. Un giornalista legato a un partito non trova posto né alla Zdf né all’Ard dove verrebbe emarginato e considerato un giornalista di seconda classe». E infatti sul fronte delle Tv pubbliche Schröder non ha dovuto ricorrere ad avvocati e magistrati.