I capolavori letterari? Si giudicano dalla copertina

Una collezione privata racconta 70 anni di design editoriale made in Italy. Ma un museo del libro tarda ad arrivare

I lettori accaniti, molto spesso, di un libro percepiscono solo il testo, in forma di fiume di parole. Guardare i volumi solo dal punto di vista del contenuto e mai del contenente è però un limite grave. L’oggetto libro non è solo un veicolo del sapere ma un qualcosa dotato di una sua quidditas estetica. Una quidditas che si esprime soprattutto, quantomeno come fenotipo più evidente, nella grafica della copertina. Quella che molto spesso, volenti o nolenti, ci ha instillato il desiderio dell’acquisto.

Bene, del design librario in Italia ci si è a lungo disinteressati, tanto che molto spesso le biblioteche pubbliche scempiavano i volumi, eliminandone o ricoprendone le copertine e le contro copertine.
A creare una raccolta organica di copertine e sovracoperte sono stati però, per fortuna, Elia Barbiani e Giorgio Conti, bibliofili che nel corso di una dozzina d’anni di accanite ricerche hanno creato una raccolta di 3mila volumi che raccontano l’evoluzione e lo stile del made in Italy librario. Ora centocinquanta di questi volumi verranno esposti al pubblico alla biblioteca comunale di Gorgonzola (dal 17 gennaio all’8 febbraio 2009) grazie alla mostra curata dal libraio milanese Andrea Tomasettig. Si potranno così ammirare alcuni piccoli capolavori disegnati e ideati da Bruno Munari, Albe Steiner e Bob Noorda. Ma quel che conta è soprattutto la visione d’insieme (per quanto parziale rispetto all’intera collezione) che consente di ricostruire la storia della grafica libraria dai tentativi pionieristici degli anni ’30 all’esplosione del dopoguerra.

Ma questa apertura al pubblico resta comunque un po’ poco. Manca ancora in Italia un museo del libro del Novecento, anche se lo stesso Tomasettig ne sta progettando uno. Manca soprattutto a Milano, che è stata la vera e propria fucina dell’editoria italiana, a partire dall’ondata innovativa dei futuristi che, per primi, hanno dato il via a una sorta di “rivoluzione tipografica”. Sarebbe un peccato se il capoluogo meneghino si dimenticasse questo pezzo della sua storia culturale.