I capolavori trafugati tornano in Italia Finiranno in soffitta?

Il rientro delle opere rubate ripropone il drammatico problema della carenza di spazio dei nostri musei

Leggenda vuole che l’imperatrice Vibia Sabina, moglie di Adriano, non abbia goduto di buona sorte. Schiva e un po’ triste rispetto agli sfarzi e al suo rango, poco rispettata dal marito al di là degli obblighi di etichetta, era una sorta di «Lady Diana» della romanità. Peggio, all’imperatore non diede figli e ci sono buone possibilità che da quest’ultimo sia stata addirittura avvelenata. Quasi due millenni dopo però, l’estate scorsa, il potere le ha reso un po’ di giustizia riportando una sua preziosa effigie in marmo bianco, trafugata anni fa, nella dimora di Villa Adriana. L’operazione salvataggio reca la firma del ministro Rutelli che ha recuperato dopo lungo contenzioso la splendida statua velata illegittimamente esibita nei saloni del Fine Arts Museum di Boston.
Ma era solo l’inizio. Oltre alla scultura dell’augusta imperatrice, replica romana da originale greco attribuito a Prassitele, gli Usa hanno dovuto restituire un vasto bottino di opere archeologiche finite illegalmente oltreoceano nel recente passato. Così, la scorsa settimana, le sale della Galleria di Papa Alessandro VII al Quirinale hanno potuto ospitare una settantina di capolavori provenienti da prestigiosi musei americani come il Getty di Los Angeles, il Fine Arts di Boston, il Met di New York, il Princeton New Jersey, oltre che da una sequela di gallerie private. «Una giornata meravigliosa» ha commentato il ministro Rutelli di fronte alla sfilata di opere introdotte proprio dalla grande statua di Vibia Sabina. La mostra sui capolavori ritrovati, intitolata Nostoi - Capolavori ritrovati, offre di tutto e di più: vasi firmati da Eufronio, kylix, crateri, anfore di incomparabile bellezza. E poi affreschi strappati da ville vesuviane, statue, coppe, bronzi, un gruppo scultoreo del IV secolo di inestimabile valore raffigurante due grifoni che sbranano una cerva, e ancora un enorme cratere firmato dal pittore pestano Assteas con il ratto d’Europa che, per anni, ha fatto bella mostra di sé nelle sale del Getty Museum di Los Angeles. «Il tombarolo fu pagato con un milione di lire e un maialino», rivela un generale dei carabinieri.
Poco male se la trattativa è invece fallita per il contesissimo bronzo di Lisippo che invece resterà in California: il ministero può comunque dirsi più che soddisfatto.
Quello che avverrà a fine mostra, è tuttora un mistero. Se, infatti, per l’austero busto dell’imperatrice non sembrano esservi dubbi circa una serena vecchiaia nell’Antiquarium del Canopo di Villa Adriana, per tutte le altre opere si spalancano le porte, speriamo non le botole, di quel falansterio che è la custodia dei Beni culturali italiani.
«Torneranno probabilmente ai musei di provenienza», dicono al ministero. Un bene? Forse, ma c’è già chi giura che là, in America, quei capolavori stavano meglio, vezzeggiati e mostrati gratis al pubblico di tutto il mondo. Meglio certo della prospettiva di affollare ulteriormente i polverosi depositi di musei e gallerie civiche, col rischio di finire in balìa del tempo o dei ladri, come il Rembrandt volatilizzatosi dal Castello Ursino di Catania.
D’altro canto, non c’è bisogno di calarsi nei miasmi pubblici del profondo sud per verificare che le opere visibili nei musei italiani sono solo la punta di un iceberg. Sotto, affollati nei depositi interni o esterni, giacciono migliaia di dipinti, sculture, gessi, monete, suppellettili che probabilmente non vedranno mai la luce, tantomeno uno spettatore. «Non sempre si tratta di grandi capolavori - dice Angela Negro, dirigente della Galleria Barberini di Roma - ma i magazzini sono zeppi di autori maggiori. Solo nel nostro museo contiamo 700 opere nei depositi interni e un migliaio in quelli esterni».
Per i musei italiani, la voce «depositi esterni» raggruppa luoghi che spaziano dalle chiese agli uffici pubblici, dai circoli ufficiali ai consolati all’estero. Una stima complessiva di questo tesoro nascosto non è mai stata compiuta dallo Stato. Fermandoci ai casi più rappresentativi, vediamo che la Galleria degli Uffizi, su un totale di 2mila opere esposte, ne conta 2.500 in magazzino, tra cui si annoverano capolavori del Parmigianino, Luca Giordano, Lorenzo Monaco e altri big della classicità.
Le cose non vanno meglio per la Pinacoteca di Brera che, a fronte di 593 dipinti in esposizione, ne annovera 534 nei depositi interni e 619 in quelli esterni. A Milano la situazione potrebbe migliorare se la Pinacoteca realizzasse il sogno della cosiddetta «Grande Brera», previo sfratto dell’attigua e gloriosa Accademia. Si aprirebbero nuovi spazi per i dipinti, sarebbero un po’ meno contenti professori e studenti.
E a Napoli? L’antico Museo Archeologico, che vanta una delle più importanti collezioni di arte greco-romana, riesce ad accogliere nelle sue sale 13mila opere tra sculture, gemme, vasi bronzi, terrecotte ecc. Certo un’inezia rispetto agli oltre trecentomila pezzi stipati nei depositi.
Da alcuni anni Ministero e soprintendenze si ingegnano in eventi finalizzati a far godere al pubblico, almeno per una volta nella vita, parte del patrimonio nascosto. È il caso della mostra «Tesori alla luce» svoltasi a maggio nel complesso di San Michele a Roma e che ha fatto riemergere opere sotto chiave in diversi musei italiani, da Tiepolo a Tintoretto, da Tiziano a Poussin. La Galleria Borghese di Roma nel 2005 aprì al pubblico, tra l’entusiasmo generale, i suoi depositi che contenevano 263 dipinti dal Rinascimento al Barocco. La Galleria degli Uffizi ha i giorni scorsi rinnovato l’appuntamento su «I mai visti» che per l’occasione ha rispolverato capolavori di Tiziano, Veronese, Ribera, Tiepolo, oltre a maestri del Seicento fiorentino, dall’Empoli al Bilivert, da Giovanni da San Giovanni al Dandini, da Cecco Bravo al Martinelli, dal Volterrano al Gabbiani. L’anno scorso, sempre nelle sale delle Reali Poste, il pubblico ha potuto ammirare per la prima volta (e forse ultima) una splendida Flagellazione del Botticelli e un Ritratto di Tiziano adulto. Anch’essi, capolavori «Ritornati»; proprio come i Nostoi che possiamo goderci in queste feste natalizie, e che speriamo non ritornino, come gli altri, ben presto in soffitta.