I capricci di Gianfranco: fa i dispetti al Senatùr e gioca all’opposizione

Dopo Silvio, Fini se la prende con Bossi sull’immigrazione: "Da lui solo anatemi". Intanto "flirta" con Pd & compagni. Pdl irritato per la sua presenza alle iniziative pro-immigrati: "E' la fisicità dell'inciucio"

Roma - Quasi come Balotelli. Questa è stata una lunga giornata per Gianfranco Fini, una di quelle di confine, in cui bisogna muoversi tra le linee, puntando a rete senza finire in fuorigioco. La sua politica lo sta portando su terreni insidiosi, dove è facile trovare qualcuno che entra in tackle senza guardare troppo al colore della maglia. Quando si parla di immigrazione e cittadinanza la Lega reagisce d’istinto con il catenaccio e spazza l’area. Bossi ci mette poco: «Noi restiamo della nostra idea. Gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c’è lavoro nemmeno per noi». È così che Fini trova una tregua con Berlusconi e si ritrova a battibeccare con il Senatùr. Non ha alternative. Non può non rispondere: «Un anatema non risolve il problema». Fini dice che non si può condannare una persona a non avere un’identità. Serve una cittadinanza di qualità. E cita una conversazione rubata tra due ragazze G2, seconda generazione di immigrate. Tutte e due hanno il velo e una dice all’altra: «Io sono nata qui, ma se l’Italia non mi dà un’identità, allora mi riprendo quella dei miei padri». La conclusione di Fini è che «i figli di immigrati non debbono sentirsi stranieri in patria». Il conflitto con la Lega è inevitabile.

È la sindrome Balotelli: anche Fini deve fare i conti con se stesso. Lui stesso cita il ragazzo di Mourinho: «La generazione-Balotelli è nata e cresciuta nel nostro Paese e addirittura parla il dialetto, e quindi non è un’eresia, uno scandalo, che abbiano una cittadinanza». È il giorno, insomma, della doppia identità. È tanto tempo che l’ex delfino di Almirante non si riconosce nei volti che incrocia nel suo partito. Non è solo questione di stare di qua o di là. Non è solo il rapporto con Berlusconi. C’è un sentimento più epidermico e la paura di restare insabbiato in qualcosa che non ha vie di fuga.

Tutti i progetti di Fini partono da una domanda: cosa ci sarà dopo Berlusconi? Molti suoi colleghi di partito lui non li voterebbe. Non li abbraccia. Non si sente ex Forza Italia ed ex An. Gianfranco è un’altra cosa. Il fattore umano gli sta stretto. È diventato più facile dialogare con gli altri e pazienza se poi dicono: sei il vero leader della sinistra. Il problema resta questo qui. Fini gioca nel Pdl, ma lo vorrebbe diverso. È il dilemma del numero 45 interista. Ma Fini non avrebbe mai il coraggio di dire, neppure per scherzo, quello che Balotelli ha buttato in faccia con un sorriso ai ragazzi di Don Gnocchi: «Io tifo Milan, non lo sapevate?». Molti elettori di destra da qualche tempo si chiedono la stessa cosa: per chi tifa Gianfranco?
Fini in realtà tifa per se stesso. Il presidente della Camera sta ricostruendo la sua identità e ormai è visibile, concreta, all’interno del Pdl. È fatta di nomi, uomini, leggi, programmi, progetti. Non corrisponde ad An. Quello è un percorso finito. È salpato con Fiuggi e ha trovato terra con il «Predellino». Quello che Fini sta cercando è qualcosa di nuovo, una piattaforma per il suo futuro, ancora molto liquida, incerta. Non conosce i confini del suo viaggio e neppure su quanti voti può contare. L’unica cosa certa è che questo viaggio è già iniziato. Forse servirà a circumnavigare la destra o lo porterà da un’altra parte. Non conosce la mappa del «post berlusconismo» e neppure i tempi. Naviga a vista, con alcuni punti fermi. La giornata di ieri è servita a mostrarne alcuni.

C’è ancora l’eco della telefonata di Gianni Letta: «Gianfranco guarda che Silvio non sta scherzando». Lo spettro delle elezioni è palpabile. Nessuno le vuole adesso. Non le cerca Berlusconi e non lo vuole Fini. È troppo presto. Serve un po’ più di calma, ma da queste parti, in questi giorni non c’è. Ogni passo è una frattura. Sulla questione immigrazione Fini non la pensa come la sua maggioranza e non ha nessuna voglia di nasconderlo. Su queste cose non si media. Tutto comincia con la proposta di legge per il voto agli immigrati alle elezioni amministrative. La prima firma è di Flavia Perina, il direttore del Secolo. Poi arrivano le altre: Walter Veltroni, Roberto Rao dell’Udc e Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo e ora portavoce del partito di Di Pietro. Sono sette articoli e ratificano la Convenzione di Strasburgo del 1992, ma buttate qui in questa maggioranza sparigliano molti mazzi di carte. Ed è un crescendo, che fa illividire il Carroccio. Fabio Granata, altro fedelissimo, parla insieme all’onorevole Andrea Sarubbi del Pd a un convegno sul disegno di legge bipartisan che vuole diminuire i tempi della cittadinanza ai non italiani. I famosi cinque anni della polemica. L’ultimo atto è Farefuturo e un altro incontro sulla cittadinanza. Fini è lì e spiega il suo ius soli. È la sua battaglia bipartisan, senza confini. È il segno concreto, palpabile, di un partito finiano. Le idee di Fini possono anche piacere: ma questa è una nuova identità. E bisogna tenerne conto. Qualcuno nel Pdl sussurra: «È la fisicità dell’inciucio».