I carabinieri «appiattati» sulla notizia

Mannaggia, non ci sono neppure più i carabinieri di una volta. La preoccupazione, va detto subito, non è disinteressata. Perché con la storia che il mestiere del giornalista cambia in continuazione, qui si rischia che alla fine diventi sempre più inutile. Un tempo il cronista di nera doveva passare delle giornate in caserma e nei commissariati, rischiando di perder tempo, nella speranza di raccattare la soffiatina giusta per mettersi in caccia della notizia. Poi, saltando qualche passaggio peraltro non sempre avvenuto contemporaneamente presso tutte le «fonti», è arrivato il momento dei comunicati. A qualcuno sono sembrati una pacchia. Tutto facile, già scritto. Per molti sono stati una sciagura, perché in realtà avevano il solo scopo, più o meno raggiunto, di impedire che uscissero le notizie non ufficiali, quelle (tante) che i cittadini non dovevano sapere.
Ma anche con i comunicati stampa preconfezionati sulla scrivania, finora, i giornalisti una loro ragion d’esistere erano comunque riusciti a inventarsela. Insomma, difficilmente si è visto pubblicare sui quotidiani il resoconto di un’indagine riuscita grazie «all’appiattamento dei carabinieri». Qualcuno doveva pur spiegarlo ai lettori che i militari non si erano nascosti sotto un rullo compressore in movimento pur di non farsi notare. Così come gli investigatori in «abiti simulati» potevano tranquillamente, e forse più chiaramente, definirsi pattuglie in borghese. Mentre appariva doverosa l’interpretazione di una denuncia sporta contro una dottoressa perché «indebitamente ometteva di prestare assistenza a un deceduto non salendo sull’ambulanza». E «in ultimo si rappresenta che nell’ambito del procedimento che ha dato scaturiggine a due arresti», è certo meglio non scriverlo mai su un giornale. Almeno un futuro da «traduttori» di comunicati stampa delle forze dell’ordine, i giornalisti avevano insomma diritto a sperarlo.
Macché. È arrivato il momento di denunciare i carabinieri per appropriazione (...)
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