I Carneadi elettorali non votano nemmeno per se stessi

Eccoli qui gli aspiranti consiglieri. Sono 1.539, tra volti noti e Carneadi della politica, sparsi in 29 liste e tutti in corsa per i 60 scranni dell’Aula Giulio Cesare, tutti lì a spulciare i dati che arrivano dalle sezioni, in bilico tra speranza e paura della disillusione. Per dar corpo alle aspettative dei molti, nelle liste che sostengono Rutelli e Alemanno, toccherà attendere il risultato del ballottaggio: sarà il premio di maggioranza a fare la differenza, spalancando le porte del Campidoglio a chi, al momento, sembra essere restato fuori. Ma più dei «trombati» eccellenti colpiscono le tante curiosità che saltano fuori dalle urne. Come il «testa a testa» tra Giovanni Quarzo e Antonio Aurigemma. I due «pidiellini», entrambi in quota Fi, sono stati protagonisti nella scorsa consiliatura di un avvicendamento, con il primo che «sfrattò» il secondo e ne prese lo scranno grazie a una decisione del Tar. Ora sono divisi da un pugno di voti, ma saranno eletti entrambi. Così come emergono con chiarezza dal voto i problemi della lista Bonino a imporsi in una coalizione decisamente meno laica della tradizione radicale. Non è bastata Mina Welby, la vedova di Piergiorgio, a sollevare le sorti di un partito che diserterà suo malgrado l’aula Giulio Cesare, avendo raccolto poco più di diecimila voti. E nella giungla elettorale sale forte l’urlo di Tarzan, al secolo Andrea Alzetta, uomo vetrina di Action che si scopre il più votato nelle liste della disastrata Sinistra Arcobaleno. Spulciando tra i nomi di chi sembra essersi candidato per sport, non possono sfuggire le performance alle urne di due «partiti» che hanno scelto le sponde calcistiche di Roma per la propria onomastica: il derby elettorale tra Forza Roma e Avanti Lazio vede imporsi i giallorossi per 4.933 a 1.810. Ma alla fine è pareggio per zero eletti a zero, ovviamente. E lo zero è una presenza frequente di queste elezioni. Colpisce come in molte liste ci siano decine di candidati che chiudono raccogliendo gli stessi consensi di quando erano partiti, ossia nessuno. Così più della metà dei «Grilli parlanti», per esempio, resta a voto asciutto. Ma ci sono nomi che non raccolgono nemmeno il proprio voto e restano al palo anche in partiti più agguerriti e radicati, dalla Sinistra critica all’Italia dei Valori, dai già citati Radicali al partito Repubblicano. Il problema, per molti partiti che hanno in qualche misura intercettato il «voto di protesta», è stato proprio quello di accumulare preferenze nominative. Fare la croce su un simbolo è facile, ma ricordarsi il nome di un candidato non è la stessa cosa. Eclatante in questo senso il caso della «Cosa verde»: nonostante i «ben» 634 voti di lista incassati, solo due dei 40 candidati messi in lista dal partitino hanno preso voti. Anzi, al singolare: uno a testa. Probabilmente il proprio.