I cattivi pensieri della Lega sul «Celeste» Formigoni: «Vuole il posto di Berlusconi»

«La Padania» parte all’attacco del governatore lombardo: si è stancato del suo incarico, ambisce al grande salto e provoca il Carroccio. Una convivenza difficile all’ombra del Pirellone

Roberto Scafuri

da Roma

«Freddo, impenetrabile, indifferente. Eppure così astuto. E sagace. E longanime tessitore di alleanze...». È dalla fine degli anni Ottanta che le biografie dell’enfant prodige capace di portare un milione di voti alla Dc ne descrivevano piuttosto i tratti di un enfant terrible destinato a traguardi luminosi. Roberto Formigoni, classe ’47, braccio secolare di Comunione e liberazione, la carriera l’ha fatta. Ma l’ultimo gradino, il ruolo da Re Sole che in molti (lui per primo) preconizzavano, non l’ha ancora salito. Il «Celeste», come lo sbeffeggiano i leghisti, il Paradiso può attenderlo ancora per un po’.
Rischia, alla soglia dei sessant’anni, di restare l’eterno Incompiuto. Ma sarà per l’astuzia e l’abilità che anche i detrattori gli riconoscono, che l’antico leader del Movimento popolare, da un decennio governatore lombardo, anche ieri ha saputo misurare parole e saltare gambe tese. Gli è bastato esordire con un sonoro: «Berlusconi è il leader e non si discute» per mettere a tacere gli attaccanti. Negli ultimi anni, più che oppositori di centrosinistra, quelli della Lega Nord. Non è dunque per un caso che il quotidiano ufficiale del Carroccio ieri abbia dedicato alle opere (e «missioni») del Gran Lombardo tre intere pagine, più la dichiarazione di guerra in prima: «Casini molla Berlusconi, Formigoni scalda i muscoli».
Il direttore della Padania, Gianluigi Paragone, si è esercitato in un lungo articolo carico di veleni e ironie sulle mire formigoniane, il «Gianni Morandi della Madunina». L’attacco è pirotecnico: «Quindici anni su al trentesimo piano del Pirellone? Dai, guardatelo in faccia... Non ci crede nessuno. Vabbè che per Roberto Formigoni gli anni non sembrano passare mai, però l’eterno ragazzo della politica, il Jovanotti che zampetta ancora tra i ragazzi di Cl, si è già rotto di fare il presidente della Regione Lombardia. Lui, il Celeste, vuole Roma. Ma mica un ministero qualunque... No, lui vuole il posto di Berlusconi. Almeno quello, perdindirindina!...».
Chiarissimo il messaggio, chiarissimo il seguito. Nel quale si ricordano le vicende tempestose delle ultime Regionali, quando la Lega sbarrò la strada al listino personale del presidente, senza tacere neppure lo strapotere assoluto che il «Formi» dispiega in Lombardia. «Non passa neanche un giorno dalla vittoria nelle Regionali - ricorda il direttore padano - che Formigoni sguinzaglia uno dei suoi ciellini per dire che la Lega ha barato, ha fatto voto disgiunto premiando così i suoi avversari...». Un tira e molla appena cominciato, con il governatore che «ovviamente non parla, porta avanti gli ambasciatori di fede, Raffaele Cattaneo, Mario Mauro (o Mauro Mario: non so quale sia il nome), Maurizio Lupi: uno vale l’altro. L’ordine di batteria è creare l’incidente, montare il caso e far scoppiare la crisi di governo».
Il sospetto leghista - tra gli altri - è che al rientro dalle vacanze Formigoni voglia fare fuori l’assessore regionale alla Sanità, Alessandro Cè, inviato apposta da Bossi dalla Camera alla Regione per contenere la potenza dei ciellini formigoniani, abituati a chiedere il «centuplo quiggiù». Ma «se ne faccia una ragione, il Celeste: Cè rimarrà al suo posto», avverte la Padania. Anche senza deleghe, se il presidente gliele ritirerà per darle al fedele Abelli «o a uno che faccia da prestanome». La colpa di Cè? «Avere un pessimo carattere», ironizza il quotidiano. Aver messo il naso degli affari della Sanità, che da sola rappresenta l’80 per cento del bilancio regionale (12 miliardi di euro), dicono i leghisti.
Ma non sono soltanto gli affari lombardi a mettere sul chi va là il Carroccio. La Padania evoca il piano del Grande Centro che vede protagonisti Casini, Follini, Rutelli e i «poteri forti romani» per portare al governo Montezemolo in qualità di leader di «un centrosinistra che perderà sempre più la sua connotazione di sinistra». Allora, «altro che cambio di passo starnazzato da Casini e Follini ogni quarto d’ora. A questi due, l’unico cambio che interessa è Berlusconi...».
Il candidato perdente, una specie di Rutelli che si presti al gioco, sarebbe appunto Formigoni, denuncia il direttore padano. «Lui che all’alba dei sessant’anni crede di essere “il nuovo che avanza“... o buca adesso o mai più. O fa valere adesso la sua rete di intrecci e di affari oppure la sua storia politica è al capolinea. Insomma o accetta di mettersi a disposizione come pollo da spennare oppure il grattacielo Pirelli diventerà la sua prigione dorata... Accettare una possibile sconfitta ma poi indossare la maglia numero dieci e rovinare i piani di Casini».
Un piano machiavellico, che però il quotidiano leghista considera più che plausibile, tanto da titolare la successiva pagina dedicata al meeting di Rimini: «Oggi l’inciucio Formigoni-Rutelli». E da ripercorrere dettagliatamente, in un altro acuminato amarcord, la cronaca di «un conflitto sempre aperto», quello tra Lega e Formigoni. «Soltanto nel Carroccio il governatore del Pirellone sembra aver trovato un confine al suo indiscriminato espansionismo politico-gestionale in terra lombarda...». Una «barriera», quella leghista, che ha portato a una serie di bracci di ferro tra «gli interessi popolari e quelli clientelari», testimoniati - scrive la Padania - dalle amicizie «discutibili» e dai «raccomandati» del governatore, spesso uomini della prima Repubblica e di Tangentopoli. Una ricostruzione velenosa che torna sul controverso «capitolo Sanità lombarda» e sulle sue prossime turbolenze. Nubi tempestose che avanzano su Formigoniland.