I cattolici: "Serve un governo forte, non le urne"

L'asse Lupi-Formigoni: "Le elezioni anticipate sono un grave danno per l'economia"

Roma - I cattolici del Pdl non vogliono il voto anticipato. L’emergenza nazionale prima di tutto. Nella giornata più drammatica del quarto governo Berlusconi, con le borse a picco e spread alle stelle, la posizione di Comunione e liberazione ha inciso allo stesso modo, se non di più, dell’intransigenza dei cosiddetti scajoliani.
C’è chi si espone di più, come Roberto Formigoni, e chi lo fa con più accortezza, come Maurizio Lupi, per il suo ruolo istituzionale di vicepresidente della Camera ma soprattutto perché fa parte ormai da tempo della dirigenza romana del Pdl. Ma il «nessuna ipotesi è esclusa» è arrivato anche da Lupi ieri pomeriggio in Transatlantico, mentre da Palazzo Grazioli ancora nessuna notizia certa usciva riguardo agli intendimenti del presidente del Consiglio. «Andare a elezioni anticipate nelle attuali condizioni drammatiche per l’economia - spiega Formigoni - sarebbe un grave danno per l’Italia». A una situazione «eccezionale» bisogna rispondere in modo «eccezionale. Non possiamo stare due mesi e mezzo», il tempo minimo in attesa delle elezioni, «esposti ai venti della speculazione mondiale». Ma Formigoni si dice convinto che il Pdl debba rimanere «unito», a dispetto delle voci che vogliono Cl e Compagnia delle Opere sempre più insofferenti nei confronti del partito e in particolare di Tremonti.
Le diverse posizioni che stanno emergendo in queste ore, chiarisce il governatore al Giornale, non significano implosione: «Noi come partito stiamo dando prova di grande maturità. Stiamo discutendo insieme, esprimendo valutazioni differenti, che sarà poi compito di Berlusconi sintetizzare», perché a Berlusconi, che martedì ha avuto «un atteggiamento di grandissima responsabilità» annunciando le dimissioni, continua a rimanere «la leadership». Il Pdl non è distrutto, «io mi muovo nell’ottica dell’unità del partito», sottolinea ancora Formigoni, che attraverso la sua portavoce ieri ha smentito duramente un presunto messaggio inviato all’Udc Roberto Rao (riportato dal sito Dagospia) in cui, dopo il voto sul Rendiconto alla Camera che ha segnato la fine della maggioranza, avrebbe scritto: «Era ora». E lo stesso Berlusconi, prosegue il governatore, in caso di governo di larghe intese avanzerà al presidente della Repubblica «uno o due nomi» per la nuova guida. Il leader della eventuale coalizione allargata deve essere «una personalità unitiva al di là dei confini della nostra maggioranza».
Un governo tecnico potrebbe significare scaricare la Lega. Ma secondo Formigoni questo non può e non deve accadere: «Dobbiamo discutere anche con la Lega che è il nostro alleato principale e dovrà esserlo in futuro. Rimaniamo bipolaristi».
Anche Lupi del resto non esclude un governo di emergenza nazionale «ampiamente condiviso». Che però, dice, esattamente come Formigoni, «non può essere fatto da transfughi». La discussione nel partito è collegiale: «Le sensibilità di tutti saranno ascoltate. Sarebbe da irresponsabili non dire che sono sul tavolo tutte le opzioni». L’eventuale governo di larghe intese deve essere però «forte», deve «nascere da una decisione dei partiti. Altrimenti meglio il voto». «Riconciliazione» e «responsabilità» sono la parole usate anche dal Movimento cristiano lavoratori: «Non è il momento di contrapposizioni pretestuose e arroganti», afferma il presidente Carlo Costalli. E l’Osservatore Romano nell’edizione di ieri pomeriggio titolava: «Decisioni rapide e senso di responsabilità».