I cecchini restano armati: addio riforme condivise

Dalla stagione dell’odio a quella delle riforme condivise il passo sembrava breve. Troppo per essere vero. Bersani e D’Alema avevano colto il segnale lanciato da Silvio Berlusconi all’indomani dell’attentato di piazza Duomo per sospendere le ostilità e fare ripartire il Paese. Ma quando si sono girati, i due leader della sinistra si sono accorti che le truppe non c’erano. Colonnelli, sottufficiali e soldati sono rimasti infatti asserragliati nella trincea di sempre, con lo schioppo in mano puntato sul presidente del Consiglio. Non illudiamoci. La strada delle riforme costituzionali, da quella della giustizia a quella istituzionale, sarà tutta in salita e la maggioranza dovrà percorrerla da sola.
Le vicende politiche degli ultimi giorni dimostrano due cose. La prima. Da una parte c’è un centrodestra che pur non essendo in gran forma dimostra una buona tenuta, con un leader, Berlusconi, ancora in grado di tenere unita la squadra nonostante i colpi, mediatici e fisici, ricevuti. Non che non manchino i problemi. Fini e la sua pattuglia restano una spina nel fianco ma l’ipotesi di uno strappo violento e immediato e rientrato dopo la conta che ha dimostrato come il presidente della Camera non abbia i numeri per tentare l’avventura in solitario. Così come i mal di pancia di Bossi sono stati quietati da una gratificante, per la Lega, assegnazione delle poltrone di candidati governatori alle imminenti elezioni regionali. Insomma, Berlusconi è in grado di sedersi al tavolo di una ipotetica trattativa con l’opposizione nel pieno dei poteri e garantire quindi la fattibilità di un eventuale accordo.
Non altrettanto, ed è la seconda cosa che emerge, si può dire della sinistra. Bersani appare come un leader dimezzato, ostaggio del fragile accordo che lo ha portato alla segreteria e quindi incapace di tenere insieme il partito. Ogni volta che apre bocca su possibili dialoghi col Cavaliere viene smentito nel giro di pochi minuti da qualcuno dei suoi. I capi corrente, Franceschini, Veltroni e Rosy Bindi, lo spernacchiano e calpestano manco fosse uno zerbino. Né è meglio messo Massimo D’Alema, leader che non fa più paura tanto che sta per capitolare anche nella sua roccaforte, la Puglia, dove non riesce a far candidare a governatore il suo amico e compagno Michele Emiliano (la riunione decisiva è finita a insulti, quasi a botte).
Ora, chi non riesce a comandare neppure a casa sua e nemmeno su questioni di secondo livello può garantire la maggioranza sulle riforme costituzionali? Ovvio che no. A maggior ragione se si considera che tutti questi signori devono fare i conti con l’alleato Antonio Di Pietro, che l’unica apertura che farebbe a Berlusconi è quella della porta di un carcere. Aggiungiamo poi che l’altra gamba dell’opposizione, l’Udc di Casini, si offre con disinvoltura a destra e sinistra (come sta facendo per le regionali) in base a chi paga di più: per loro comunisti, liberisti, cattolici e abortisti pari sono, basta potersi accomodare al banchetto più ricco.
Proviamo a immaginare la scena. Berlusconi, Bersani e D’Alema si siedono attorno a un tavolo. A quel punto Franceschini minaccia la scissione, Rosy Bindi va in Tv da Santoro a chiedere nuove primarie, Di Pietro organizza manifestazioni in tutta Italia contro quello che ritiene un colpo di Stato, Casini si dice perplesso, Napolitano invita alla calma ma tanto, come sempre accade, nessuno lo ascolta. Bersani si spaventa e alza il prezzo. Morale: non se ne fa nulla e si sono persi altri mesi.
La verità è che da una parte c’è una maggioranza, dall’altra tanti piccoli clan in guerra tra loro che messi insieme non fanno una opposizione. Un cartello che si rispetti ha un capo che regola i conti interni e poi si pone come controparte seria e affidabile. Non è il caso di questa sinistra. Peccato. Un’altra occasione così propizia difficilmente si ripresenterà. Basta che poi non ci vengano a dire che Berlusconi vuole fare tutto da solo.