I cellulari dei cattivi ragazzi

Le premesse forse vi sono note: una sedicenne di Guastalla che si taglia le vene dei polsi dopo essere stata ripresa col cellulare nei gabinetti di un discopub mentre era impegnata a intrattenere il fidanzatino; una tredicenne di Ascoli Piceno che vende le foto del suo seno (3 euro), del suo pube (4 euro) e del corpo intero, ovviamente nudo (10 euro); immagini di stupri, o comunque a luce rossa, che hanno per protagonisti centinaia di ragazze e ragazzi fra Roma, Torino, Lucca, Vicenza; un sedicenne di Legnago che molestava una coetanea chiamandola sul videofonino per poi masturbarsi in diretta.
«Perché succede?», s’è chiesto il sociologo Francesco Alberoni sul Corriere della Sera. «Colpa dei telefonini che consentono di fare foto e inviarle a chiunque? Ma prima si poteva fare lo stesso con le polaroid. La vera ragione è un’altra: un cambio del costume dovuto a Internet. Oggi un ragazzino di 12 anni, cliccando una parola innocua come sesso, può accedere a decine di migliaia di foto o filmati di pornografia estrema: un invito all’imitazione». Ha ragione.
Ma allora come spiegare la caterva di filmati circolanti su Internet che non hanno nulla a che vedere col sesso e riguardano invece alunni down picchiati, docenti scherniti, aule devastate? Come giustificare le bravate inconsulte del motociclista di Alessandria che aveva montato una telecamera per farsi immortalare in sella alla sua Aprilia nell’atto di percorrere un tratto della A7 a 300 chilometri orari e poi postava su Google queste prodezze? Come motivare la presenza, sul medesimo Google, di ben 106 video ispirati alle bestemmie pronunciate da un giornalista sportivo di Verona? Un signore tranquillo, iscritto al Rotary. Nel 1975 lo ebbi come caposervizio al mio esordio nel quotidiano locale. Il suo compagno inseparabile sui campi di tennis è stato per molti anni l’unico redattore del settimanale diocesano, perciò mi risulta difficile pensare che nel disputare le partite si lasciasse andare al turpiloquio blasfemo.
Purtroppo è accaduto che durante la registrazione del Tg questo collega, in preda all’ira, abbia tirato una sequela ripugnante di moccoli. Era fuori onda, per fortuna, ma qualche cameraman ha tenuto da parte gli spezzoni con le bestemmie e poi li ha messi su Internet. Su Google sono già stati visionati da 155.230 persone, che nel rating da 1 a 5 li hanno premiati con 5 stelle. Gli ultimi commenti: «Il mio eroe preferito», «Presidente adesso!!!», «Santo subito», «Mitico». Il sonoro è stato impiegato per creare cartoni animati, spot, giochini. Lo hanno persino sovrapposto alle immagini del discorso che Benedetto XVI pronunciò dalla Loggia delle benedizioni appena eletto Papa. Meravigliato che io non sapessi nulla della squallida esibizione del mio concittadino e collega, un avvocato di Milano mi ha inviato una suoneria per cellulare in cui le bestemmie sono alternate alle strofe di Il coccodrillo come fa?, canzoncina vincitrice dello Zecchino d’oro 1993. Titolo del remix: Il porcodrillo. Lo hanno confezionato in una sala d’incisione specializzata.
«Ma prima si poteva fare lo stesso con le polaroid», ha scritto Alberoni. Vedete bene che non è affatto vero. Le polaroid erano esemplari unici, non duplicabili: impossibile spedirle in centinaia di copie con un clic del mouse o un Mms (che peraltro non esistevano). Inoltre non incorporavano l’audio, costavano un sacco di soldi e per scattarle occorreva una macchina fotografica speciale e ingombrante. Ed eccoci giunti al punto, dunque: l’onda anomala di guano che ci ha investiti nasce precisamente dall’aver messo a disposizione di chiunque i mezzi di produzione dell’immagine e della parola che in altri tempi erano riservati a pochi.
Se io, giornalista, volessi propinarvi una porcata, dovrei comunque servirmi di una testata registrata in tribunale e risponderne poi alla legge, al direttore e a un Ordine professionale. Ma il cittadino che impugna il videofonino e poi trasferisce le sue schifezze su Internet a chi risponde? A nessuno. Può farlo impunemente. Provate a procurarvi un bisturi e a improvvisare un intervento su un paziente, sia pure volontario: vi schiaffano in galera. Perché le leggi che valgono per la chirurgia non debbono valere per la comunicazione?
Ci troviamo in presenza di un ircocervo prodotto dalla civiltà dell’immagine, per metà fruitore e per metà facitore, che negli Stati Uniti ha già dato origine al cosiddetto citizen journalism, o giornalismo partecipativo. Vi sono siti che visionano i filmati girati dai cittadini e poi li vendono all’agenzia Reuters. Gli autori estemporanei vengono persino pagati.
Nelle sozzure delle ultime settimane, frettolosamente rubricate alla voce bullismo, a me pare di scorgere i sintomi di due perversioni tipiche di quest’epoca: la scopofilia e l’esibizionismo. Vedere e apparire. È l’ora del dilettante: tutti protagonisti. Insospettabili settori della società ne sono contagiati. Prendete le forze dell’ordine, che già s’erano messe a dare un nome cervellotico a tutte le loro indagini per renderle competitive con i film dell’agente 007 (solo dall’inizio di questo mese ho registrato operazione Mare d’inverno, operazione Alsayf, operazione Archeoweb, operazione Abid, operazione Kafila, operazione Galloway Tiburon, operazione Ecofarsa, operazione Tagli pregiati, operazione Sniffer, operazione Lex, operazione Sherif e infine operazione Nozze di Cana – ormai divenuta un must quando c’è di mezzo il vino sofisticato – che equivale a dare dell’adulteratore a Gesù Cristo). Adesso i tutori dell’ordine pubblico non s’accontentano più d’acciuffare i malfattori. No, vogliono anche documentare in prima persona l’attimo in cui lo fanno. Basta guardare i filmati trasmessi dai telegiornali, nei quali compaiono in sovrimpressione i simboli ora della Polizia di Stato ora della Guardia di finanza. Con effetti paradossali: giorni fa un video girato da Al Qaeda e sequestrato nel Nord Est ad alcuni immigrati islamici è andato in onda al Tg2 con la scritta «Gabinetto provinciale Polizia scientifica Trieste».
È vero, tutti siamo stati ragazzi e ogni generazione ha avuto a disposizione strumenti tecnologici giudicati a quel tempo evolutissimi. Io, per dire, in prima superiore ripresi di nascosto dall’ultimo banco della classe, con una Canon munita di teleobiettivo da 135 millimetri, l’austero professor Luigi Lucchi, mentre a occhi chiusi, come d’abitudine, puntava a caso il dito indice sul registro per scegliere il malcapitato da interrogare. Non vi dico le ghignate che ci facemmo qualche giorno dopo visionando gli scatti rubati. Però ridevamo di nascosto. Mai e poi mai mi sarebbe passato per il cervello di stampare quelle foto in più copie e distribuirle in giro. Gli adolescenti di oggi filmano i compagni che s’abbassano i pantaloni davanti all’insegnante di lettere o che rovesciano la cattedra addosso a quello di filosofia. Una differenza non da poco.
Il fatto è che nella scuola d’allora, pur in preda alle convulsioni sessantottesche, resisteva ancora il principio d’autorità (altro che l’authority, l’ennesima, annunciata dal presidente del Consiglio per frenare il bullismo). Qual è invece il messaggio educativo veicolato ai nostri giorni da un indulto che rimette in libertà 17.000 detenuti, da un ministro della Salute che raddoppia da 20 a 40 il numero di spinelli consentiti agli studenti, da una Finanziaria che sollecita gli insegnanti a promozioni in massa per non dissestare ulteriormente il bilancio della Pubblica istruzione? Lo ha spiegato molto bene Paola Mastrocola, una scrittrice nient’affatto bacchettona che insegna in un liceo scientifico di Chieri, dunque un’esperta: «È come dire: cari giovani, rubate pure ché tanto non andrete in prigione, spinellate pure ché tanto non vi farà male alla salute e continuate pure a non studiare, ché tanto la farete franca comunque».
E Romano Prodi viene a proporci l’istituzione di «un garante dell’infanzia che aiuti l’evolversi della coscienza». Avercela, una coscienza.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it