I cento processi che condannarono le coop rosse

L’ex presidente di Unipol annuncia querele. Martedì vertice fra gli inquirenti delle procure di Milano e Roma

Filippo Facci

Il viaggio lungo il fiume di denaro che negli ultimi vent’anni ha alimentato il Pci-Pds-Ds, infine, si conclude lambendo il grigiore del sistema cooperativo e gli affari che il Partito conduceva col Patto di Varsavia. Breve preludio potrebbero esserne le parole scritte dall’ex ambasciatore Sergio Romano nel suo «Memorie di un conservatore»: «Anche il Pci, beninteso, era stato finanziato illegalmente. Ma il denaro sovietico (sussidi del Pcus e tangenti sul commercio Est-Ovest) era stato ripulito dall’amnistia del 1989, mentre un’indagine di Carlo Nordio, a Venezia, venne archiviata. Il partito fu salvato in ultima analisi dalla sua coesione, dalla disciplina dei suoi militanti e dal fatto che il denaro finì nelle casse dell’organizzazione anziché in quelle di singoli beneficiari. Ma gli italiani del futuro apprenderanno con un certo sbigottimento che vi fu un periodo della storia nazionale in cui le tangenti sugli appalti nazionali furono considerate meno gravi dei finanziamenti stranieri, provenienti da uno Stato potenzialmente nemico».
Il labirinto cooperativo.
Più anonimi che diversi: riportare tutti i processati e i condannati delle inchieste sulle coop rosse è impresa impossibile, e basti ricordare che hanno proceduto le procure di Torino, Milano, Brescia, Venezia, Bologna, Reggio Emilia, Modena, Ravenna, Ferrara, Firenze, Grosseto, Arezzo, Roma, Frosinone, Napoli, Lecce, Palermo, Catania e Caltanissetta. Per non parlare dell’indagine veneziana di Carlo Nordio (centinaia di imputati) che ha assorbito i procedimenti di Torino, Milano, e Roma.
L’immensa inchiesta veneziana appunto condotta da Nordio, che pure archiviò le posizioni di Occhetto e D’Alema e Craxi, accertò centinaia di responsabilità e in più in generale la falsità dei bilanci, l’occultamento regolare di beni, il legame finanziario col Pci-Pds, «la partecipazione della segreteria nazionale alla gestione economica delle risorse e in particolare dei finanziamenti pervenuti in modo anomalo e clandestino», la disponibilità di svariati «signor G» in qualità di fiduciari, la disponibilità del Partito di un immenso patrimonio immobiliare gestito da prestanome e derivante da contributi clandestini: tutto nero su bianco.
Le posizioni dei vertici nazionali sono sempre state archiviate o non contemplate. Nell’archiviare l’indagato Massimo D’Alema, tuttavia e per esempio, la procura di Reggio Emilia ha dovuto prendere atto che il presidente di una cooperativa rossa che aveva fatto versamenti illeciti al Pci, Nino Tagliavini, «dichiara di aver preso parte, nel febbraio 1992, con molti altri presidenti di cooperative, a una riunione nel corso della quale il D’Alema avrebbe ricordato agli intervenuti gli oneri economici che il partito doveva sopportare, dicendo loro che lo Stefanini li avrebbe chiamati. Sarebbe stato così che, sollecitato a un incontro, Tagliavini avrebbe versato 370 milioni».
Tra le migliori descrizioni di come funzionasse il rapporto tra Partito e Coop rimane quella di Giovanni Donigaglia, presidente della Coopcostruttori (630 miliardi di fatturato) e ovviamente comunista di ferro. Durante Tangentopoli collezionò un numero impressionante di arresti e infine la racconterà così: «Nelle commesse pubbliche era riservata una quota di appalto alle cooperative vicine al Pci, che ha sempre richiesto e voluto che una parte degli appalti fosse riservata alle imprese ideologicamente vicine alle sue posizioni (...). Ogni volta che c’è un appalto pubblico in cui si deve formare un raggruppamento di imprese e in cui deve essere previsto l’inserimento di una cooperativa, io mi rivolgo al Consorzio cooperative di costruzione per avere ordini, poi è il Consorzio che decide come distribuire ogni appalto tra le cooperative. Periodicamente venivamo informati dai funzionari circa le richieste economiche del partito». Fra questi funzionari c’erano Primo Greganti, Renato Pollini e Marcello Stefanini. Ecco come il denaro arrivava a destinazione: «Pubblicità sui giornali del Pci-Pds, contributi alle Feste dell’Unità, spese per manutenzione di sedi, assunzione di operai e personale su richiesta di esponenti del partito, contribuzioni a manifestazioni e convegni».
I miliardi dietro la cortina.
È la procura di Torino che invece ebbe a indagare per prima sulla Eumit Intereurotrade (Euro union metal italiana Torino) ossia una società che promuoveva import-export di acciai con i Paesi comunisti. Una classico del Pci vecchia maniera: la società era stata fondata nel 1974 dal Partito comunista e da una banca della Germania Est, la Deutsche Handelsbank, ovviamente sotto l’occhio attento del servizio segreto Stasi. Poi il fascicolo confluì a Milano e in mille altri rivoli: con ciò divenendo un dedalo di cui si è sempre scritto e capito poco, complice la spaventosa difficoltà di raccogliere documentazioni oltrecortina; senza contare che una banca austriaca, in particolare, non ha mai risposto alle rogatorie chieste dalla Procura di Milano, e questo senza che il Pool scatenasse il finimondo. Non si tratta di cifre da poco, ma di qualcosa come sedici miliardi di lire che sono passati dalla Eumit al Pci tra il 1983 al 1989, estero su estero: i reati prospettati furono frode fiscale, bancarotta fraudolenta e finanziamento illecito al partito; gli indagati furono Achille Occhetto, Renato Pollini e Marcello Stefanini. Un prestanome del caso, certo Brenno Ramazzotti, ex funzionario del Pci, faceva la parte del Greganti di turno.
Ma è ancora e direttamente il Greganti autentico, sorta di prezzemolo del finanziamento illecito pds, a spuntare nel tardo 1993: sul «suo» celebre conto svizzero Gabbietta nel 1990 era transitato infatti un miliardo (frutto della vendita della quota di Eumit appartenente al Pci, quell’anno ceduta interamente alla Deutsche Handelsbank della Germania dell’Est) che poi aveva fatto un giro contorto ed era andato a ripianare i conti della Ecolibri, una casa editrice amministrata da Paola Occhetto, sorella di Achille.
Per farla breve: «Realmente vi furono illecite erogazioni da Eumit al Pci, il cui segretario era allora l’on. Achille Occhetto, e i segretari responsabili (tesorieri, ndr) erano allora sia Stefanini sia Pollini. Tanto è attestato dalla logica, dal riscontro documentale, dalle univoche risultanze della rogatoria in ambito della Ddr». La Eumit era una società autentica che faceva profitti autentici, beninteso: ma sino al 1989, ossia sino al crollo della cortina di ferro, rappresentava una sorta di passaggio obbligato per tutte le imprese italiane che volevano fare affari con l’Est: bisognava passare di lì e pagare una commessa, una tangente, un pizzo che poi finiva al Partito. Tutto questo è appurato nelle sentenze, al pari della sussistenza di un finanziamento illecito che tuttavia «cessò prima della fine del 1989, data in cui la funzione di illecito strumento di erogazione della ricchezza di Eumit venne meno»; senza contare la nota amnistia che vi fu nello stesso anno. Nella sentenza di archiviazione dell’estate 2000, dunque, non si ravvisano i reati di falso in bilancio e bancarotta, ma per tutto il resto (corruzione, finanziamento illecito, reati fiscali) intervenne la prescrizione e l’amnistia, e fine.
(3. Fine)