I centri sociali: meglio le ferie delle barricate

In piena crisi d'identità i no global hanno archiviato in fretta i proclami battaglieri del dopo elezioni per puntare su festival e campeggi

Milano - «Di discussioni, caroselli, eroi quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu». Dev’esser finita così, come cantava Guccini. Dev’essere che si son tolti l’eskimo e hanno indossato il paltò. «Ribellarsi è necessario» dice lo slogan del Campo Antimperialista. «L’erba cattiva non muore mai» avvertono quelli del Gramigna di Padova. E però, la rivoluzione pare sia stata rinviata, e non solo causa ferie. Da mesi i centri sociali non fanno parlare di sé, ma il boicottaggio mediatico non c’entra. Non un’okkupazione, non una protesta di piazza, non uno scontro con gli «sbirri». E sì che c’è il regime, insomma, il temutissimo governo Berlusconi, anzi peggio, Veltrusconi come hanno scritto il giorno dopo le elezioni, è qui. Eppure.

Altro che il rischio, paventato da molti il giorno dopo la sconfitta elettorale, che la sinistra ormai extraparlamentare unisse le forze con il movimentismo no global e anarco-insurrezionalista infiammando le piazze. Neppure la guerra in Georgia li ha smossi, e par di capire che l’autunno non sarà affatto caldo, per i seguaci di Luca Casarini il Disobbediente e di Francesco Caruso l’ex parlamentare di Rifondazione tornato precario. Con l’aggravante di aver beffato in primis il Prc, che sull’anima movimentista ha vissuto gran parte dei patemi degli ultimi anni, fino alla recente frattura fra Paolo Ferrero e Nichi Vendola. Del resto, basta leggere quel che Casarini ha detto al Manifesto: «Di sicuro più distanti siamo dalla sinistra, dalle sue beghe e dalla sua incapacità di vedere il mondo, meglio è». Ingrati insomma, ma anch’essi in cerca di identità, se il leader dei centri sociali del Nord Est aggiunge che «marxisti non di sinistra mi sembra la definizione migliore che possiamo dare a chi ci chiede che cosa siamo», e se vi pare poco beccatevi quest’altra: «Stiamo riflettendo sul concetto di indipendenza, alla luce della crisi globale e delle contraddizioni che porta con sé». No global in crisi globale insomma, e così è sbando.

Persino il web, da sempre principale strumento del tam tam movimentista, è silente. Sulla home page del centro sociale Spartaco di Roma c’è una frase che pare di stare alla bocciofila: «Le attività del centro sono sospese per la pausa estiva». Va peggio al Leoncavallo. Segnala il sito che per dieci giorni ad agosto la lotta è sospesa, infatti chiudono la belligerante scuola di italiano per stranieri, l’impavida cucina e il periglioso baretto. In fondo, anche lo sfratto da via Watteau è rinviato al 22 settembre, e allora che resta da fare? D’altronde da anni ormai il «Leonka» preferisce la trattativa col Comune alle barricate contro le ruspe. E poi gli altri, anche i più cattivi. I duri dell’Askatasuna di Torino una vibrante protesta l’hanno organizzata, chiamando a raccolta le masse contro la Tav. Fumogeni e trincee? No, era la fine di luglio e hanno fatto un campeggio con «cene popolari, banchetti, dibattiti e musica». E il No dal Molin di Vicenza? Non pervenuto fino a settembre, quando un Festival con «piatti ghiotti e pizze speciali» dimostrerà che «non ci siamo arresi».

Per non parlare del Gramigna, il centro popolare occupato che ancora reca la scritta: «Sostieni i compagni in carcere», e cioè «tutti i prigionieri politici», neo brigatisti in prima linea. Se clicchi sulle iniziative in programma per ottobre e novembre, la risposta è desolante: «Nessun evento». Eppure avevano dichiarato guerra, dopo la vittoria del centrodestra. Le «compagne e i compagni dello Zapata» di Genova, fulcro dell’ormai lontano G8 del luglio 2001, avevano pubblicato un documento per dire che si cimentassero pure i partiti nell’«archeologica impresa» di «ricostruire la sinistra». Loro sarebbero partiti «dalle lotte», «sul terreno concreto del conflitto», perché «non ci sentiamo sconfitti, non siamo stati cancellati, non abbiamo perso». Era l’aprile scorso, da allora è il silenzio.

E va così in tutta italia, dal Magazzino 47 di Brescia alla rete Ya Basta, dal circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano al Gramna di Cosenza, ai romani Brancaleone (costo d’ingresso 15 euro, come in discoteca) e Forte Prenestino di Roma (qui da segnalare le sovversive attività massaggi e alpinismo orizzontale). Indugiano sul G8 di sette anni fa, allestiscono poco partecipati presidi antifascisti, per il resto organizzano concerti e il massimo dell’antagonismo che gli venga in mente è organizzare un dibattito con Oreste Scalzone, l’ex di Autonomia operaia. Unica eccezione i collettivi di Napoli e gli irriducibili come quelli dell’«Ex Carcere» di Palermo, uniti nella battaglia anti discariche, peccato che poi l’emergenza rifiuti sia finita.
«Da una scintilla, un fuoco divamperà» diceva Lenin. Per ora, la rivoluzione... russa.