I centristi provano a ricucire lo strappo Prodi: il Cavaliere dovrà rendere conto

Roma - La decisione di Forza Italia, Alleanza nazionale e Lega Nord non dispiace a Pier Ferdinando Casini. Per il leader dell’Udc l’astensione (che al Senato corrisponde comunque a un voto contrario) «è già un passo avanti. Vuol dire che ci stiamo avvicinando». Ma dove il leader centrista vede una ricomposizione, il centrosinistra - a poche ore dal voto sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero - denuncia una rottura. E cerca di correre ai ripari cercando una soluzione sull’ordine del giorno dell’Udc per potenziare la dotazione di armi e mezzi ai soldati italiani impegnati in Afghanistan.
Ieri, da una parte, sono continuati gli appelli alle opposizioni. Dal presidente del consiglio Romano Prodi sono arrivati toni perentori. La Casa delle libertà - osservava poco prima che fosse annunciata l’astensione del centrodestra - non può permettersi di respingere il decreto, perché così facendo provocherà «la fine di tutte le missioni italiane all’estero». «Spiegherà lui» il suo no, aggiungeva più tardi riferendosi a Berlusconi.
Dall’altra il centrosinistra ha lasciato trapelare una certa disponibilità a votare l’atto di indirizzo dei centristi. A patto che non contenga niente di pericoloso per il governo. Decisamente contro si sono espressi i leader della sinistra radicale (il segretario del Prc Franco Giordano ha parlato di «giochini della politica da bandire»), ma anche la presidente dei senatori dell’Ulivo al Senato Anna Finocchiaro si è mostrata prudente e ha messo in guardia il leader dell’Udc Casini dal «mutare gli impegni presi» dall’Italia «attraverso un documento d’aula». Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha usato toni simili e ha cercato di derubricare la questione delle regole di ingaggio. Una discussione «surreale», ha protestato perché «le regole di ingaggio dei nostri militari le decidono altri, non il Senato». Parole che contrastano con quelle pronunciate poco dopo dal premier Prodi, che non ha escluso modifiche al decreto durante la discussione a Palazzo Madama. «Cambiamenti particolari - ha assicurato - sono sempre possibili, saranno discussi dal Parlamento».
Un riferimento che non riguarda eventuali emendamenti che minerebbero la maggioranza, ed è riferito all’ordine del giorno dell’Udc. Che il gruppo dell’Ulivo potrebbe sostenere. A favore si è espresso apertamente il leader dell'Udeur e ministro della Giustizia Clemente Mastella: «Se ci saranno i termini, e spero che il presidente Marini apra i termini, per quanto riguarda un ordine del giorno dell'Udc, noi voteremo l'ordine del giorno dell'Udc».
La dichiarazione di voto è stata apprezzata dallo stesso Casini, anche se - ha assicurato il leader centrista - i contatti per fare passare l’atto di indirizzo sono stati tenuti solo con gli altri partiti dell’opposizione. Un modo per smentire le voci di contatti tra l’Udc e il centrosinistra, senza fare passi indietro sulla decisione di votare per il decreto. Una scelta confermata da Casini (bisogna «dire con chiarezza ai moderati che non si può perdere l'onore dell’Italia per un interesse politico»), anche se l’apprezzamento per l’astensione degli altri partiti di centrodestra allontana la prospettiva di uno strappo.